martedì 20 gennaio 2015

Aeropoema del Golfo - o dell'orgoglio e dell'innocenza nazionale

Una settimana continua di influenza domestica. Tutti abbiamo l'influenza, io, mia moglie ed il gatto. A parte il gatto, noi dobbiamo andare al lavoro lo stesso, ma poi siamo in preda a brividi e febbre sorda. E piove.
Questa mattina invece è quella tipica delle domeniche d'inverno, qui a Spezia, città spaparanzata nella pancia del Golfo. Che venne dichiarato il più bel golfo del mondo, da Napoleone. Come posizione di forza militare, è certo.



Sul golfo ronzante ancora d'idrovolanti e cannonate come un cranio di soldato San Terenzio arrotonda il suo nome carezza d'un braccio di donna che si bagna nel serbatoio d'oblio della instancabile marina lenta a stantuffo stantuffo

Dunque esco e vado al molo, che può pure essere sempre stato il clitoride di questa rientranza cantata pure da Marinetti, quando immaginava cacciatorpediniere virili che penetravano nel golfo, tutto d'acciaio, ripieno di una violenza guerresca che aspettava solo l'orgasmo del Duce per sparpagliarsi sulla città, fiotto brulicante di animaletti industriosi che la rasero al suolo.


Al contrattacco in grigia fila indiana s'avanzano undici cacciatorpediniere ognuno tirandosi dietro la perlacea poppa spumante d'un ricordo di gabbiani con spiralici fumi che pensano al cielo prue zannute di cannoni fendere sciacquarsi tempestando di sputi vermigli l'ondulato orizzonte marino dove una terza squadra nemica finge una danza di mantellacci neri.
Gloria della nazione.


La Corrazzata Roma 1) - 
All'inizio del molo, dove il clitoride mette radici, da qualche anno ci sono sempre gruppi di uomini di varia età, giovani e vecchi, che giocano a scacchi la domenica mattina. Sono albanesi, per lo più. Ma io ho il sospetto che s'infiltrino pure dei russi.
Giocano meditabondi. Io non mi ricordo più di quando giocavo agli scacchi e non so dire se siano bravi o no. L'origine deporrebbe a loro favore: tutti ricorderete Boris il re.
Tra loro parlano slavo. O comunque non spezzino.


_ Siete albanesi?
_ Sì, tutti.
_ No, io sono croato. Dalmazia.
_ Posso farvi una foto?
_ Certo!
_ La faccio alle mani, tranquilli.
_ Ma no! Anche alle facce... Memory!
Ritornano in posa scacchista.


Sono soddisfatto di comandare anime di cannoni e anime d'artiglieri intercambiabili ma chi mi ha cacciato fra le gambe tanti osservatori ciechi non voglio non voglio sentir parlare di foschia foschia foschia parole cretine 


Il fianco del Muzzerone - Golfo di La Spezia
Così Marinetti ci racconta della serata futurista occorsa al Teatro Civico, IL teatro di questa molle e spaparanzata città ligurotosca in cui, pare, al suo fervente declamare la collana di perle delle sue immagini, dagli spalti si sentì arrivare un sonoro:
_ Ma ande' a lavoae, belinòn! (ma vai a lavorare, stupido!)

Ho corretto le prime bozze dell’Aeropoema del Golfo della Spezia con la prua del motoscafo dell’Ammiragliato sulla carta verde patinata d’oro del mare di Lerici poi colle eliche d’un trimotore a 3000 metri sulle Alpi Austriache che bianchissimi angioletti ghiotti inzuccheravano di nivei lampeggianti desideri
Le seconde bozze furono corrette da me in un palco del teatro della Spezia dove vati scartati dalla giuria nella mia sfida ai poeti d’Italia aizzavano marinai scaricatori studenti e trogloditici passatisti a centuplicare l’odio fossile della terra contro l’imponderabile volante luce della Poesia
Dominavano i lunghi interminabili fischi d’una squadra accecata dalla nebbia
Sul palcoscenico si avvicendavano un noto sarto-poeta che il pubblico sbottonava e lacerava crudelmente fino alla fodera e un noto commissario di polizia-poeta che gli studenti invitavano ad arrestare pernacchi sonori
Alla fine della seconda serata mi presentai alla ribalta per dichiarare non butterò certo nelle vostre mani la collana di perle delle mie immagini ne godrete più tardi lo splendore futurista
Poi serenamente ripresi a correggerne le bozze mentre uscivo dal teatro in un finimondo di schiaffi bastonate nella folla impazzita che voleva bruciare impresario poeti passatisti e futuristi


I corsivi sono di Marinetti (tranne quello in dialetto spezzino), Aeropoema del Golfo,1935
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1) La corazzata Roma fu una nave da battaglia, la terza unità della classe Littorio e rappresentò il meglio della produzione navale bellica italiana della seconda guerra mondiale. Costruita dai Cantieri Riuniti dell'Adriatico e consegnata alla Regia Marina il 14 giugno 1942, venne danneggiata nel corso di un bombardamento aereo statunitense quasi un anno dopo mentre era alla fonda a La Spezia, subendo in seguito altri danni che la costrinsero a tornare operativa, dopo le dovute riparazioni, solamente il 13 agosto 1943. A seguito dell'armistizio italiano, alla Roma fu ordinato, assieme ad altre navi militari, di raggiungere l'isola sarda della Maddalena, come concordato con gli Alleati. La squadra navale italiana, tuttavia, venne attaccata da alcuni bombardieri tedeschi che, servendosi delle bombe radioguidate plananti Ruhrstahl SD 1400, affondarono la Roma. Nei suoi quindici mesi di servizio la Roma percorse 2.492 miglia in venti uscite in mare, senza partecipare a scontri navali, consumando 3.320 t di combustibile, rimanendo fuori servizio per riparazioni per 63 giorni. Il 28 giugno 2012 il relitto della corazzata è stato rinvenuto a 1000 metri di profondità e a 16 miglia dalla costa nel golfo dell'Asinara dopo decenni di ricerche. La caratteristica più significativa della corazzata Roma fu data dalle pessime doti balistiche dei cannoni italiani. I tanto lodati cannoni da 381/50 della Roma non erano in grado di centrare un isolotto a dieci chilometri di distanza. Questo a causa della grande dispersione di tiro dei cannoni che faceva in modo che ogni colpo avesse caratteristiche diverse dagli altri non permettendo quindi di centrare il bersaglio. In tutta la Seconda Guerra Mondiale questo tipo di cannone, equipaggiato anche sulle corazzate Vittorio Veneto e Littorio, non riuscì mai a centrare un bersaglio (Shinano).

Considerando del tutto inattendibile l'idea che nemmeno una salva riuscisse a centrare il bersaglio, vi consiglio di leggere wikipedia alla pagina OTO/Ansaldo 381/50 dove si trova il link alla pagina Italian 381 mm/50 (15") Model 1934 - 381 mm/50 (15") Model 1939 in cui si legge un intervento, di un peraltro non meglio identificabile Maurizio Di Sciullo, che accusa le ditte fornitrici dei proiettili di operare in modo molto italiano: 'a differenza di quanto avveniva nelle altre marine, [era lasciata alle ditte fornitrici dei proiettili]  la possibilità di scegliere come esemplare da inviare al controllo, evidentemente, un esemplare di qualità eccezionalmente buona e lontana da quella della produzione di massa'. In sostanza la responsabilità del Duce si spalmava sulla responsabilità dell'apparato militare e su quella degli onesti e nazionali capitalisti e lavoratori tutti:

The Model 1934 was extremely accurate and was able to deliver very consistent and predictable patterns with devastating hitting power - with the ammunition used for trials.  Unfortunately, the materials and supply process in Italy works differently than it does in most other countries.  In the U.S., for example, if one wished to test a sample of 16" shells, they might pull an example from stock, and inspect it directly.  In Italy, the firm producing the equipment would have the advantage of providing the item for test, thereby possibly delivering an example which would be of atypically good quality with respect to serialized units.  This was the problem with the Model 1934 - the firms producing the ammunition did not all produce projectiles of proper quality.  [Admiral Angelo] Iachino complained about this in post-war books.  Some actions showed a run of good projectiles, where others were plagued by terribly bad examples.  Possibly the greatest contrast was seen between the shooting of Littorio in the first battle of Sirte Gulf and that of Vittorio Veneto in the 28 March Guado encounter.  Despite the fact that Littorio was shooting at targets 32,000 yards away while Veneto was attacking at first Orion and afterwards Gloucester at only 24,000 yards, the Littorio's shot groups were significantly more consistent, despite the greater range, doubtlessly owing to a batch of properly fabricated 381-mm projectiles.
Su Iachino si legga qui e si provi a cercare il libro di Rocca, Fucilate gli ammiragli



sabato 3 gennaio 2015

Elogi II,11: lode al bricchetto, con una modesta chiosa a Benjamin


E' famoso quel passo di Walter Benjamin, negli appunti che scrisse su Baudelaire e la società urbana di fine '800, in cui, rispondendo ad un'osservazione di Valery sull'orrore per la 'civiltà tecnica', si legge: "Il comfort isola. Mentre assimila, d'altra parte, i suoi utenti al meccanismo. Con l'invenzione dei fiammiferi verso la fine del secolo, comincia una serie di innovazioni tecniche che hanno in comune il fatto di sostituire una serie complessa di operazioni con un gesto brusco. Questa evoluzione ha luogo in molti campi; ed è evidente, per esempio, nel telefono, dove al posto del moto continuo con cui bisognava girare la manovella dei primi apparecchi, subentra lo stacco del ricevitore"1). E continua poi, Benjamin, con altri esempi, come quello del cinema e della fotografia.

Svedesi
   Mi ha sempre colpito, questo passo sul fiammifero, in primo luogo perchè capivo ma non accettavo che il grande pensatore avesse rivestito il fiammifero di valore tanto simbolicamente negativo, tinto di fosco, messo a simboleggiare il passaggio dell'uomo dallo stato di presenza nel mondo, di comunione col mondo a quello di solitudine provocata della immediatezza del gesto dell'accensione. Accusata, questa immediatezza, di mostrare il vuoto che aveva sostituito tutto il percorso di progetto, condivisione, utilizzo del tempo della vita per un'operazione di civiltà comune (accendere il fuoco sotto i fornelli, nel camino, sotto i piedi dell'eretico, sulla miccia del cannone).

   Io accendevo le prime sigarette in compagnia degli amici con un fiammifero svedese che si strisciava solo sul suo tratto di carta nera, imbevuta di chi sa quale sostanza, che lo svedese non si accendeva mai a sfregarlo sul muro o su un sasso.
Con questi bricchetti 2) si doveva essere abbastanza capaci nella technè sottostante.

tra i diversi svedesi, i minerva sono quelli al centro in alto
   Intanto il fiammifero svedese veniva in due diversi formati, quello da cucina e quello da sigarette, chiamati appunto svedesi e minerva, di legno entrambi ma solido il primo, a sezione quadrata, e quasi flessibile il secondo, spesso soltanto un millimetro o poco più. Questo secondo era pronto a spezzarsi quando era acceso malamente, e a frantumarsi tra i denti e le dita nel gesto nervoso che si era soliti fare, noi impegnati rivoluzionari del '77, che davamo una boccata, facevamo un breve discorso sui destini del capitalismo, e sgranocchiavamo un minerva ormai spento. 
Sarà pur stata una oggettivizzazione della nostra sartriana morte nell'anima, un rito cinematografico hollywoodiano - che un po' James dean ci si sentiva tutti, al tempo - un gesto succedaneo per unghie ormai consumate... ma il minerva in bocca era un must.


   C'era chi preferiva il primo e chi usava solo il secondo, probabilmente per ragioni endogene, cioè di natura caratteriale, o per le proprie letture e canzoni 3). C'erano ragioni contingenti, anche, così che usavi lo svedese al primo appuntamento d'amore 4), ed i minerva quando andavi alla manifestazione di preparazione alla rivoluzione 5).
   C'erano poi i cerini.

Cerini
Li usava mio padre. Erano i fiammiferi della normalità proletaria. Adulti. Semisconosciuti tra noi giovani. 
Anche oggi, se fate una ricerca su Google-immagini, sono difficili da trovare. 
Sarà che erano i fiammiferi della generazione precedente, ma con me non hanno mai avuto storia.
Erano anche poco graditi perchè, intrisa com'era di cera la carta che costituiva il gambo, la fiamma lasciava nella sigaretta un odore e un sapore di grasso combusto che non piaceva, e ti costringeva ad attendere almeno un paio di secondi prima di avvicinarli alla punta della cicca. Due secondi durante i quali spesso la fiamma si spegneva per una qualche ragione che aveva il sopravvento 6).

In ultimo, c'era il fiammifero da casa o di legno - da cucina.

Questo fiammifero, il migliore, aveva diverse caratteristiche che lo facevano preferire ad ogni altro: era indubitabilmente proletario, ma sociale, perchè dietro ci vedevi la massaia che accendeva il fuoco sotto la pentola della magra minestra. Era economico ma sociale, perchè con un fiammifero ci accendevi anche 5 sigarette (cioè, sia inteso, una sigaretta a cinque amici seduti vicini). Era teatrale, perchè nessuna giovane ha mai resistito al gesto rapido della mano che accende il fiammifero sulla cerniera dei jeans, con un clock 7), che ti trasformava, issofacto, in James Dean.
   Da questo elogio loico si intende escludere completamente l'accendino, il Bic in particolar modo. 
Perchè, come direbbe Benjamin, produce un benessere che isola: volete mettere il click dell'accendino al clock della nota sette? 
Perchè inquina e deturpa le spiagge di tutti i colori del mondo e finisce nei ventri di animali e pesci e uccelli.
Perchè è, senza tema di smentita, brutto.

un uccello marino ucciso dalla plastica mangiata, tra cui un bic maledetto
Però qui mi accorgo che corro il rischio di prendere la stessa topica presa da Benjamin, ad identificare il nuovo con l'oggettivizzazione del cambiamento e della morte, della degenerazione e del declivio modernista. E a negare che il nuovo. il veloce, il comodo, possa essere esso stesso generatore di storie e di miti.

L'altro giorno ero a Milano, in Piazza del Duomo. Le mie donne, che non si vedevano da tempo, se ne stavano impegnate nella fase due del rito di incontro: dopo essersi inchinate a mo' di uccelli marini, scuotendo i capelli e baciandosi a destra e sinistra, erano passate alla fase esplorativa, tutta interna ai negozi della Galleria e delle vie circostanti. Io, abbandonato, ero lì, seduto ai piedi di Vittorio Emanuele a cavallo, con la pipa spenta. 
Tiro fuori un fiammifero di legno e lo accendo. 
Vicino a me due giovani ragazze, saranno state dell'età della mia figlia amatissima, sui 20 anni. Mi chiedono di accendersi la sigaretta. Io, elegante, non volendo essere troppo intrusivo, vista l'età che ci divide, porgo loro il pacchetto di fiammiferi. 
La ragazza lo prende, lo rigira tra le mani, poi mi guarda con espressione tra vuota e di sfida, scuotendo la mano a conchetta. E allora? E allora riprendo la scatola, e con un banale scrssccc-vamp accendo un fiammifero e riparo al vuoto del suo comfort.


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1) oggi raccolti in Angelus novus, Feltrinelli, 1995, pg 110
2) Dal francese briquéts, accendino
3) andava molto di moda, ai tempi, La casa in collina di Pavese (svedesi), L'avvelenata di Guccini (minerva), Uomini e topi di Steimbeck (svedesi)
4) in senso relativo e non assoluto, si potrà capire.
5) non per falsità mimetica, lo si faceva, cioè non per simulare qualcosa d'altro rispetto a quello che eravamo davvero, ma per ragioni umilmente meccaniche: con la bella che aveva le chiavi del tuo cuore dovevi mostrare sicurezza ed era quindi indispensabile accendere la sigaretta (LE due sigarette) con un veloce, e breve, movimento del polso. Che non rubasse tempo prezioso ai silenzi e alle parole e, chissà, anche al bacio improvviso. Durante le manifestazioni, viceversa, il minerva permetteva una leninista noncuranza di professione: mentre urlavi sotto il passamontagna, con la cicca in bocca, bastava inserire la capocchia di zolfo tra i due risvolti d'attrito di cui era fornita la bustina e, tirando, provocare sicuramente l'accensione violenta, che resisteva dall'altezza del bacino sino a quella della bocca. Sotto il passamontagna. Come nel capitolo dedicato all'uso delle bottiglie Molotov, in un abbecedario per la guerriglia cittadina che non leggemmo mai. 
6) L'unica osa buona che avevano i cerini era la loro usabilità nelle battute di pesca sul fiume spazzato dalla tramontana. Immaginate: a mollo sino all'anca nell'acqua di febbraio, la canna sotto l'ascella destra, la mosca appuntata al secondo occhiello di metallo, la sigaretta in bocca, il volto spazzato dal vento gelido, il pacchetto di cerini tra il pollice e le altre dita della mano sinistra (che, se vedete bene, la mano sinistra è acconciata a tubo), il cerino tra pollice ed indice della destra. Si accende il cerino e si porta immediatamente a chiudere il tubo nella sua estremità inferiore. Per il breve tragitto, e per l'esuberanza della sua prima combustione, il cerino non si spegne, viene accolto nel tubo chiuso delle due mani unite, ora trasformate in conchetta, dove la sigaretta va subito a tuffarsi per accendersi con facilità.
Provate voi ad fumare una sigaretta sul fiume, con vento di burrasca, in qualunque altro modo.
7) il fiammifero fa scrssccc-vamp, in varie tonalità e colori, quando per accenderlo viene sfregato sulla carta apposita (svedesi) o su un sasso (cerini o 'da cucina'), il rumore essendo la manifestazione sonora dell'attrito, seguita, la manifestazione, dalla vampata. Nel caso del 'da cucina' acceso sulla cerniera il clock-shhhfsss è generato dalla pressione che il fiammifero esercita ben forte sul dente della cerniera, pressione che viene seguita da uno spostamento micrometrico sul dente stesso (in direzione trasversale alla direzione di pressione) e che, inudibile, lascia lo spazio al clock della prima fiammata di tutta la testa di zolfo. Il shhhfsss successivo è, come tutti possono capire, il suono della fiamma in cui si trasforma l'energia potenziale racchiusa magicamente nella testa.