mercoledì 30 luglio 2014

Non battere il chiodo fino in fondo

Ovvero: della decrescita alle porte

Nel recente passato mi è capitato spesso di lavorare con mio padre. Avevamo da aggiustare una casa sui monti e lui, carpentiere-carrozziere in pensione, si occupava di tutti i lavori in ferro: ringhiere, infissi e scale. Io mi dedicavo ai lavori in legno: sedie, mobili di cucina, una madia, un paio di tavoli e anche le porte interne.
Quando era il turno del ferro, lui tagliava, saldava e brasava ed io lo assistevo passandogli i ferri.
Quando si arrivava al legno i ruoli si invertivano, con lui che stava un po' lontano e mi diceva come fare, trasferendomi la sapienza.
Come già succedeva nel passato remoto, mi diceva sempre: "Non infilare il chiodo sino in fondo!".
"Come diavolo si infila un chiodo!?!?", mi dicevo io, tra me e me. 
E continuavo a rimuginare: "Ovvio che, per fare un lavoro a puntino, devi per forza far scomparire la testa del chiodo sotto la superficie! Che la lasci a fare la capocchia fuori dal legno!?"
E si trovava sempre da dire, lui ammettendo che ero bravo, sì, ma un po' ciabattone. Facilone, approssimativo, casinista, pressapochista, disimpegnato, cioè.


Oggi mia moglie mi dà da lavorare con una sedia raccolta in strada. E' una bella sedia di legno, di stile Ottocento, perfetta nella struttura ma totalmente da rifare nell'imbottitura e della fodera 1).
Io, che un po' il legno lo lavoro, non ho mai messo mano su una sedia imbottita.
Vado su Google e trovo un video che spiega bene la procedura.

Mi metto a smontare la vecchia imbottitura e scopro perchè, no, il chiodo non deve essere battuto sino in fondo, se si prevede che qualcuno, prima o poi, ci debba rimettere mano per riutilizzare l'oggetto 2).

Scopro anche che Google è del tutto inutile, o quasi, in questo caso. Il reverse engineering della sedia ti insegna come si fanno le sedie, e anche come lavorava l'artigiano di un tempo e le sue preferenze e i suoi tic e le sue ossessioni 3).



Questo gioco di recupero mi fa venire in mente l'uso sempre più frequente del tabacco da rollo.
Con l'aumento continuo del prezzo delle sigarette industriali moltissimi fumatori sono passati alla sigaretta rollata. Molti, anche se meno, usano tabacchi senza additivi 4), e ne fanno un punto d'onore.

Cioè, seguitemi, quando ho iniziato a fumare, ormai nei lontani anni '70, rollavano cartine solo più i giovani debosciati coi capelli lunghi, e la maggior parte di loro arrotolavano cartine per usi ancor più marginali e psicotropi. L'uso della cartina e del tabacco era cioè confinato allo spazio della ribellione o del disagio.
Bastava farsi una cartina, una paglia, un drum, per essere subito etichettato con un 'per me quello finisce male'.
Oggi, viceversa, usano fumare cartine anche signore normali e lo fanno ostentando sicurezza formale, i tabacchini hanno iniziato a esporre una varietà di tabacchi da rollo e le cartine Bravo si trovano anche in quelle rivendite dalle quali erano sparite da anni.



Di fatto, fumare cartine è un ritorno ad una abitudine del passato, diciamo anteriore al secondo dopoguerra, prima che l'arrivo degli americani (con le loro bionde) e del benessere diffuso dal boom economico cambiasse un'abitudine così radicata. 
Oggi si ritiene normale e, in certi casi, pure trendy, rifiutare la comodità del presente e tornare ad abitudini del passato. Questo ritorno all'indietro e il rifiuto della modernità conseguente sono solo marginalmente giustificati da una scelta ideologica, come al contrario è motivata quella dei vegani, dei vegetariani, degli amanti di una vita a minimo peso ecologico. E viene adottata come scelta quotidiana da un numero crescente di persone.

Per ora mi fermo qui, ma per me questi potrebbero essere i primi segni che è possibile abbandonare costumi e abitudini di consumo che ci sono state familiari per anni. E, ancora, che queste conversioni possono essere indolori e, anzi, gratificanti.
E' possibile che questa mia sia un'idea balzana e ingiustificata. 
Ma mi incuriosisce come nel comportamento collettivo sia bastato così poco per sdoganare comportamenti ritenuti poveri (il riuso piuttosto che l'acquisto del nuovo, la personalizzazione del gesto spersonalizzante di accendersi una sigaretta) e, anzi, per renderli gesti di valore aggiunto.
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1) C'è un sacco di gente che butta via roba intatta, e anche noi lo facciamo di tanto in tanto. Ogni sera tardi c'è un sacco di cose utili vicino ai cassonetti e ogni mattina, prima del passaggio dei netturbini, la maggior parte di queste cose è sparita. 
Potremmo dire che questo comportamento si configura come libero scambio e dono allo sconosciuto. E anzi, si potrebbe fare uno studio sul fenomeno, visto che sedie e mobili e cose di legno per lo più spariscono, mentre tv, computers e roba elettronica in genere finiscono dentro i camion della nettezza urbana. Mia moglie ha salvato la sedia da fine ignominiosa per affetto verso le cose belle anche se inutili, affetto che manca verso le cose inutili e brutte.
2) E' del tutto intuitivo che per togliere un chiodo dal legno con strumenti comuni, la testa del chiodo debba essere appena a filo, in modo che si possa far leva con il piatto della punta di un cacciavite.
3) In questo caso l'artefice usava mettere i punti da sinistra a destra sul primo strato di canapa, diritti sul secondo strato. Mai da destra a sinistra. 
4) Alcuni, ancora di meno, usano tabacchi senza additivi e biologici, cioè senza uso di concimi chimici e di antiparassitari. Ora, è ben difficile immaginare che il fumo di tabacco naturale sia sano. Ma, di certo, per prova personale, posso affermare che il tabacco naturale lascia la bocca asciutta e non unta come fanno le bionde e, forse è un'altra illusione, può essere utile per disintossicarsi.
Non so se è vero, ma a me è servito. 

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