martedì 11 marzo 2014

Se il lavoro riparte da zero (e vince)

L'idea base dell'utopia comunista era quella dell'espropriazione - o meglio della conquista - degli strumenti della produzione. Con un procedimento logico e filosofico che non è qui il caso di discutere, le forze operaie diventavano padrone del loro lavoro (e dei mezzi e delle infrastrutture che il capitalista aveva messo in piedi, parte col suo lavoro e parte con l'espropriazione, fatta a danno della forza lavoro, del tempo e dell'energia creatrice altrui). Non mi interessa qui discutere la base filosofica. Nè rimenarla col vero e col falso.
Storicamente accadde che tale espropriazione venne condotta sotto la guida di un partito di rivoluzionari professionisti, e tutti sappiamo come è andata a finire.


Oggi, complice la crisi venuta sulla terra bruciata dal capitalismo finanziario, succede che il capitale fallisce e viene sostituito dalla forza lavoro, la quale non espropria, ma salva, piuttosto. E diventa finalmente proprietaria di sè e del proprio lavoro, dei prodotti e dei guadagni.
Si dirà che, per forza! L'operaio s'è fatto imprenditore e il capitalismo rinasce dalle sue ceneri.
Sarà, ma a me sembra che operai lasciati senza lavoro da padroni attenti al capitale, piuttosto che alla produzione, si sono uniti inun legame di solidarietà per uscire dal bisogno e hanno dato vita ad un sogno non violento.
Mi piace molto!

LA RIVINCITA DEGLI OPERAI

[...] Santi Cosma e Damiano, Latina. A una manciata di metri dal fiume Garigliano, il confine naturale tra Lazio e Campania, si trovano i 100mila metri quadrati dello stabilimento della Evotape, la più grande fabbrica di adesivi d'Europa. Ha chiuso i battenti nel 2011. Era proprietà della multinazionale Tyco, protagonista nel 2002 di uno degli scandali finanziari più noti della storia americana. Da lì un complesso risiko finanziario in cui l'azienda è passata nelle mani di diversi fondi di investimento tedeschi, fino alla messa in liquidazione. "Hanno spremuto la nostra azienda come un limone e deciso tutto a tavolino. A New York, Berlino, Lussemburgo, mentre qui 160 famiglie vivevano giorni terribili": Erasmo Olivella, 59 anni, ha lavorato 37 anni in questa fabbrica. Il giorno della chiusura dei cancelli lui e i suoi colleghi hanno deciso di occupare l'azienda: "Volevamo proteggere i macchinari, evitare che gli spazi cadessero in abbandono. Molti di noi hanno passato la loro vita qui dentro. Siamo rimasti a sorvegliare lo stabilimento giorno e notte", racconta. Un anno fa hanno ottenuto dal giudice la possibilità di riprendere la produzione e hanno riacceso le macchine lavorando per sei mesi senza stipendio. Alcuni imprenditori della zona si sono fidati del loro lavoro, della loro esperienza. Arrivano le prime commesse e i primi soldi necessari per ricominciare a comprare le materie prime. Oggi la fabbrica ha ripreso a lavorare a pieno regime e hanno chiuso il 2013 con un fatturato di 1,5 milioni. Senza aiuti, senza banche e senza assistenza di alcun tipo.  [...]

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