giovedì 16 gennaio 2014

Delfini e pesci palla, elefanti e bocce di sidro

Parecchi anni fa lessi su un numero della rivista Le Scienze un fatto curioso: un gruppo di scienziati, assieme ad una troupe televisiva, si era recato nella Rift Valley, in Africa, per filmare la vita degli animali della savana. Per attrarre elefanti e gazzelle avevano portato con loro interi bidoni di mele. Alcuni di quei bidoni metallici finirono dimenticati sotto ai baobab e il sole cocente dell'Africa aveva fatto fermentare le mele, producendo un sidro leggermente alcolico. Gli scienziati scoprirono che tutti quegli animali che avevano accuratamente evitato di farsi attrarre dalle mele, ora facevano ordinatamente la fila per approfittare di quel ben di Dio. Aspettavano, bevevano e se ne ritornavano a casa brilli e felici.
Dopo tanti anni i casi documentati di animali dediti all'ebbrezza sono aumentati (un bell'elenco si trova qui: elefanti che distruggono villaggi per arrivare ad una distilleria, pettirossi impazziti dopo essersi fatti, mucche dimagrite per le troppe erbe euforizzanti...)
L'ultimo caso, notevole nella sua teatralità, è quello dei delfini che si passano il pesce palla-spinello. dopo averne aspirato l'aria semitossica da lui prodotta. Laddove al fatto già saputo che anche gli animali, a prescindere dal loro sviluppo e dalla loro posizione nella scala evolutiva, anche gli animali hanno bisogno di euforia scacciapensieri, si aggiunge la condivisione, la socializzazione, il senso di comunità che viene espressa. Sarà pur vero che 'passarsi il pesce palla' per i delfini è probabilmente diverso che 'far girare la canna' tra gli umani, e che di certo il gesto è individuale e appare sociale solo per l'esistenza di un branco che attinge allo stesso piacere. Ma l'immagine è affascinante (e così è stata presentata dalla stampa).



Tolto di mezzo l'ipotesi bacchettona che delfini, oranghi, pettirossi ed elefanti siano specie depravate ed esclusa a priori l'idea che chi si sballa, delfini compresi, decida contro natura di sballarsi, appare evidente che le stesse leggi che governano il comportamento animale generano il pensiero umano. Che sia il dolore/disagio quel filo rosso che cercava Bateson. quando scriveva: «Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti e sei noi con l’ameba da una parte e con lo schizofrenico dall’altra?» (Bateson, Mente e natura)
Io vorrei suggerirvi anche di porgere attenzione a questo dettaglio storico letterario: le scoperte dell'etologia confermano sempre più le intuizioni del contino Giacomo Leopardi che, come ben si sa, costruì un sistema di pensiero nel quale tutta la vita, tutta, compresa quella vegetale, soffriva del dolore del vivere. Ed è davvero di importanza scoprire che tutta la vita combatte contro lo stesso nemico con le pochissime armi che ha a disposizione. Spinto da una darwinistica pressione ambientale che, forte come il dolore non c'è.
E peccato che Leopardi non abbia elaborato più a fondo questo senso di fratellanza che tra tutti i viventi (anche le mucche dell'Arkansas) ci sostiene, perchè avrebbe aggiunto poesia a poesia.



Però attenzione, come avrebbe ben visto Leopardi, cedere al bisogno dell'ebbrezza porta i pettirossi allucinati nella bocca del gatto, o sotto le ruote di automobili di passaggio. E il Conte avrebbe forse filosofeggiato che la Natura non era nè Madre nè Matrigna, ma solo una carogna burlona.

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