sabato 27 dicembre 2014

Elogi II, 10: del baccalà, con una formula chiarificatrice

Il baccalà, come tutti sanno, è un merluzzo che si vende in fette bianche e tutte ricoperte di granellini bianchi. Il baccalà, in effetti, è conservato sottosale e una volta lo vendevano così, duro e secco 1)


Per prepararlo lo si metteva in un barattolo, una pentola o una terrina, sotto il filo d'acqua del rubinetto e lo si lasciava 'sotto l'acqua' per almeno 24 ore. Chi sceglieva di metterlo 'a mollo' in acqua ferma era costretto a cambiarla ogni oretta. 
   Prima di metterlo 'in bagno' era buona norma tagliarne una fettina e ciucciarla senza togliere il sale. Era come una prova d'onore. 
Mio nonno Leonardo, che portava il baccalà arrotolato in un foglio di carta da macellaio, la affrontava senza battere ciglio, come cosa dovuta. Entrava in casa con l'involto sotto il braccio, senza dir nulla lo posava sul tavolo di marmo, lo svolgeva e con un coltello affilato ne tagliava una fettina che si metteva subito in bocca.
Io aspettavo che uscisse dalla cucina e raggiungevo il pacchetto sul tavolo, prima che finisse nell'acqua. Strappavo un filo di fibre dure come il cartone, e le masticavo subito. La curiosità ed il senso del proibito impedivano l'arte del taglio netto e mostravano palesemente la colpa, chè infatti mia nonna poi, quando apriva l'involto, usciva con un 'oh ninìn!'.
Io avevo infilato il pezzetto strappato in bocca e per farlo sparire masticavo di nascosto. Ma senza prima ciucciarle, le fibre rimangono dure e stoppose e ti finiscono in mezzo ai denti, rilasciando il sale tutto insieme: ustionandoti gengive e lingua ma pure illuminandoti di un colore eroico.

   Il baccalà si fa in mille modi diversi ma la sua morte è quella in pastella, in frittelle alla ligure. 

   Si procede in questo modo: in una terrina si versa una quantità derivata 2) di farina e la si mescola con una birra chiara 3), sino a fare un impasto consistente ma non troppo. 
Quest'ultima espressione appartiene alla nomenclatura di cui i cuochi si fanno scudo per evitare che l'arte frani sul declivio democratico.

Ma dopo anni di pratica e di deduzioni logiche mi pare che la corretta interpretazione della formula segreta sia la seguente: innanzi tutto la farina deve dissolversi nel liquido completamente, senza formare grumi e staccandosi agevolmente dalle pareti della terrina. La birra 4) ha da essere versata più e più volte, in quantità singolarmente modeste, per evitare la formazione di grumi eccessivi, in numero e dimensioni, che poi possano risultare troppo restii alla dissoluzione. 


questa è la fluidodinamica corretta: flusso interrotto e piccolo monticello alla base

L'impasto è consistente ma non troppo quando il cucchiaio, con cui si lavora il tutto, può alzarsi senza che la farina faccia eccessiva resistenza, senza essere cioè risucchiato dalla massa biancastra e fluente, senza che la vacuità che si intende produrre nella massa biancastra possa richiudersi troppo in fretta. Ma pure senza lasciare dietro di sè un filo continuo, senza cioè che l'eccesso di fluida liquidità si riversi nella terrina lasciando ben presto il cucchiaio senza quasi traccia di materia.Al contrario, il cucchiaio ha da essere separato dalla pastella come al termine di un appassionato incontro d'amore, quando contenuto e contenente si lasciano completi e senza rimpianti, con movimento liberamente lubrico.

Questa è appena accettabile: troppo liquida, con grumi ancora presenti e visibili sul vetro

La pastella composta, si deve tagliare il baccalà a dadetti 2dita x 2dita x lo spessore dato della fetta. Quindi si amalgama nella pastella ricoprendolo tutto e si lascia riposare per quanto si può: più la pastella riposa e più gonfierà nell'olio ben caldo. Per ottimi motivi, qui sotto subito esposti, è necessario annotare il numero di dadini di baccalà, cui corrisponderà con precisione la quantità di frittelle prodotte.
E' indispensabile cioè che ogni frittella alberghi al suo interno un solo pezzetto di baccalà per i motivi che si scopriranno più avanti.

Il momento in cui iniziare a friggere è fondamentale: il baccalà deve eseere morbido e umido, la pastella deve diventare leggera e croccante. E quindi si è costretti a calcolarlo con una formula vieppiù complessa. 

Se si sceglie di servire le frittelle come antipasto, cosa che ci permette di tralasciare il calcolo complessissimo del tempo di consumazione dei primi piatti,, si pone: 
  1. aT come tempo dell'accomodamento degli ospiti, 
  2. Fn come numero dei dadetti di baccalà (e, conseguentemente, delle frittelle prodotte), 
  3. Nf come numero di frittelle contemporaneamente alloggiabili nella padella 5)
  4. Nfsc numero di frittelle che entrano contemporaneamente nel colino in metallo necessario a scrollare l'eccesso d'olio (nel mio caso =3)
  5. Si impone Tf uguale al tempo necessario a friggere una frittella speciale, la frittella sonda, che per prima si pone nell'olio, a mo' di test. 
  6. Si considera Dt (delta t) la quantità  - negativa - di tempo che viene imposta dall'aumento inevitabile della temperatura dell'olio che aumenta all'aumentare di n(Fn/Nf) - il numero successivo di carichi di padella - e che diminuisce il valore iniziale Tf di un porziuncolo T che, dipendente da valori non preventivabili (la larghezza della padella, il valore calorico del gas usato al momento, lo spessore della massa d'olio, la natura dell'olio - che io consiglio 'di arachidi'), può essere solo ipotizzato più o meno uguale a 1/15 Tf, nell'intervallo n(Fn/Nf)<->(n+1)(Fn/Nf), con andamento esponenziale.

    Non si dimentichi:
  7. la parte di tempo necessaria a scolare le frittelle. Diciamo un 5''(Fn)/3 necessario a passare 3 frittelle alla volta in uno scolino di metallo 6) per poi accomodarle nel piatto a ciò acconcio 7).

Laddove si comprenderà facilmente che Fn/Nf sarà il numero di caricate di padella e che il tempo complessivo del lavoro sarà 


Tc=Tf*(Fn/Nf)-Dt*(Fn/Nf-1)+5''Nf/Nfsc*Fn/Nf

dove 
  1. Tf*(Fn*Nf) è il tempo bruto necessario a cuocere tutte le frittelle, (tempo della frittella sonda) * (il numero di padellate desunto)
  2. -Dt*(Fn*Nf-1) è la diminuzione del tempo della cottura di ogni padellata essendo il valore inversamente proporzionale all'aumento della temperatura dell'olio, aumento questo dimostrabile con altri strumenti (che io qui non posseggo) e anche con l'esperienza diretta se non si è provvisti di retina fermaschizzo (la fisica è ben più materica della matematica). Il calcolo, escludendo l'ultima, oltre la quale il gas viene spento, abbisogna il -1.
  3. 5''Nf/Nfsc*Fn/Nf impone un arbitrario 5'', subito trasformato in 0.12 (essendo l'unità di misura il minuto) - arbitrario ma accettabile per esperienza diretta - che ricordo essere il tempo necessario a scrollare l'eccesso di olio dalle 3 frittelle che riescono ad entrare dentro il mio colino in metallo.  Nf/Nfsc è, del tutto comprensibilmente, il numero di scrollate necessarie e inevitabili per ogni padellata. Il tempo si moltiplica poi per il numero di padellate.

Allora Ncp risulta il Numero di caricate di padella appunto dato dal numero complessivo delle frittelle Fn diviso per il numero di frittelle per padellata Nf


Ncp=Fn/Nf

così che la formula si riscrive in 

Tc=Tf*Ncp-Dt*(Ncp-1)+0.12*Nf/Nfsc*Ncp 

e si legge:

il tempo totale necessario alla preparazione delle frittelle come antipasto è uguale al tempo necessario per cuocere una frittella moltiplicato per il numero di padellate, diminuito della quantità (incrementale per ogni padellata esclusa l'ultima) della riduzione del tempo di cottura Tf, e aumentato del tempo di scrollatura delle frittelle, imposto uguale a 0,12 minuti per ogni scrollata (il cui numero è uguale al numero di frittelle totali per padella fratto il numero di frittelle che vengono scrollate tutte assieme e moltiplicato per il numero di padellate) 

da cui

Tc=-Dt*(Ncp-1)+Tf*Ncp+0.12*Nf/Nfsc] 8) 

che viene verificata con i seguenti valori contestuali:

Dt=2', Fn=35, NF=7,  Ncp= 5, Tf=7; Nfsc=3

e svolta come segue

Tc= -2*4+7*5+0.12*7/3
Tc= -8+35+0.28
Tc=27' 16'' (e 2 decimi) che possiamo tranquillamente arrotondare a 28 minuti - ma non a 30!


e allora il momento (verificato) dell'inizio della frittura è uguale a


T=aT-Tc

Se avrete seguito l'elogio qui positivisticamente esposto, ed avrete architettato i tempi per permettere alle frittelle di arrivare in tavola al meglio della loro condizione, il baccalà sarà un cuore che si scioglierà in bocca, dentro una cotta da battaglia croccante.


Frittelle effettivamente preparate secondo sapienza nella notte di vigilia del 2014


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1) Mette conto, qui, di procedere ad una veloce nota etimologica, anche un po' per amor di contaminazione. Il termine baccalà pare derivare dal basso-tedesco BAKKEL-JAU, cioè 'pesce bastone', in allusione alla sua durezza e rigidità. In modo simile il parente stoccafisso (merluzzo essiccato) sembra derivare da STOCH - bastone, stocco - e FISH - pesce o da Stokke, cittadina norvegese.
Anticamente avevo sentito uno storico della lingua ipotizzare, forse sbagliando, 'stoccafisso' derivare da STACK(ED)-FISH, cioè 'pesce in barile', pesce impilato, stoccato, come si direbbe oggi. L'ultima ipotesi è quella che preferisco.
2) il valore base è il peso del baccalà disponibile (Bp). La farina, semplicemente, ha da essere F=Bp/2
3) Se Bp=600g e F=300g allora Wp=250cl. Dove Wp sta per quantità della birra, che Bp è già assegnato e così si scopre che Wallop, in inglese, può voler dire Birra.
4) c'è chi consiglia di mettere acqua gasata, ma a me sembra una timida correzione dell'uso triviale della semplice acqua. Anche il lievito di birra è da evitare, per il sapore troppo indipendente più che per la necessità di dissolverlo uniformemente, sciogliendolo prima nell'acqua,
5) il valore abbisognerebbe di una formula, esso pure, che lo fa dipendere dalla superficie disponibile con: Sp=¶(Rp * Rp), superficie totale della padella, dove Rp è certamente il raggio della padella e Sf~¶(2,5dita * 2,5dita) con 2,5dita preso come raggio della frittella appena deposta nell'olio (essendo 2 dita il lato del parallelogramma in cui si è tagliato il baccalà), per l'essere la pastella, per sua stessa natura, debordante e accomodante e producendo, inevitabilmente, uno spessore che il friggitore avveduto curerà essere non superiore. E dunque il numero di frittelle per padella è un semplice Sp/Sf -1. Con il -1 necessario a creare lo spazio per evitare l'appiccicamento delle frittelle.
6) impugnato con la mano sinistra se non si è mancini, e dove si tengono le tre frittelle una decina di secondi, scuotendole con movimento del polso da sx a dx, veloce il movimento, che si senta sfrigolare la superficie della frittella sul metallo, a scrollare l'eccesso d'olio.
7) adagiarle in un piatto ricoperto di carta assorbente, quella dei rotoloni oggi in uso, non essendo più facilmente reperibili i tradizionali fogli di carta marrone
8) Ricordando per precisione l'andamento esponenziale di Dt (delta t) negativo che i miei strumenti di notazione aritmetica non mi permettono di codificare ma che comunque è una quantità che fa finire appena un po' prima il processo, anche se costringe a tener d'occhio il colore della superficie della frittella, per evitare bruciature non più rimediabili. Col 'tener d'occhio' esco dalla sezione esatta e vi abbandono nello spazio dell'eventuale... Mi perdonerete, ma d'altronde, non posso svelarvi tutto.

giovedì 20 novembre 2014

Quasar allineati

Buongiorno a tutti!
Ho scoperto di avere tutti i fattori di rischio per infarti, ictus e malattie cardiocircolatorie varie - familiarità, trigliceridi, omocisteina, sedentarietà, alta pressione, tabagismo, esiti di pericardite traumatica e altri che non dico - e dunque mi trovo a commentare soltanto notizie che reputo di grande momento. Mi capirete...


Aspetto presunto del quasar ULAS J1120+0641- wiki

Dunque, proprio ieri su Sciencedaily leggevo che molti tra i quasar osservabili, lontani tra di loro anche miliardi di anni luce, sembrano avere gli assi di rotazione paralleli, cioè allineati 1). Cosa che, anche per un non specialista come me, dà uno schiaffo all'idea della vita, l'universo e tutto quanto.
Ma andiamo con ordine.


Immagine reale del quasar 3C-273 - Wiki

Dei quasar (oggetti celesti dello spazio profondo - quasi stellari) ho sentito parlare per la prima volta durante le lezioni che teneva un professore di liceo, quasi pazzo, cui devo l'idea che la scienza è una cosa molto seria che si deve prendere con allegria e leggerezza. 
I quasar, per come ce li presentò lui nel lontano 1978, erano mostri ai confini della capacità di comprensione degli esseri umani. Un po' come Dio e l'infinito astronomico, con la differenza che i quasar si potevano vedere, erano là, molto lontani ma reali, che vivevano la loro impossibilità con sufficienza.


Una delle migliori fotografie ottenute dalla NASA del quasar 3C 273

I quasar sono oggi definiti come nuclei galattici attivi. Oggetti molto piccoli, molto distanti e quindi appartenenti ad un universo molto giovane, che albergano una quantità di energia ridicola, nel senso di inimmaginabilmente enorme 2). In origine vennero scoperti come sorgenti di impulsi radio dall'aspetto stellare, di una stella dalla luminosità di centinaia di galassie. La grandezza di queste cose è però molto limitata - paragonabile a quella del nostro sistema solare, sino ad un massimo di pochi anni luce 3). 


Immagini fotografiche di vari quasars - inaf.it

Secondo le ultime interpretazioni la luminosità di questi oggetti sarebbe causata da un buco nero supermassiccio che si trova all'interno di essi: l'enorme quantità di materia che vi precipita verrebbe trasformata in energia con un'efficienza insolita, superiore alle trasformazioni nucleari cui siamo abituati. Sia detto tra parentesi, la grande voracità di un buco nero di questo tipo finisce per trasformare, presto o tardi, la galassia in oggetto quiescente, tranquillo e quasi 'morto', privato come è della materia di cui nutrire il buco nero al suo interno. E la cosa sembra anche provata dal fatto che i quasar possono riaccendersi quando due galassie collidono, causa l'apporto di materia fresca di cui si può nutrire il mostro.
A causa della loro enorme distanza da noi, nel cielo i quasar sono invisibili ai nostri occhi e si è dovuto aspettare l'arrivo dei telescopi spaziali, montati su satelliti e liberi dalle distorsioni provocate dall'atmosfera terrestre, per riuscire a vedere questi oggetti lontanissimi.


Una splendida immagine di un quasar (da starchild)
La novità che emerge dalle ultime osservazioni è che molti dei quasar analizzati, ripeto, anche lontani molti miliardi di anni luce tra loro, mostrano l'allineamento degli assi di rotazione dei loro buchi neri centrali. E, ancora più fatasmagorico, gli assi di rotazione sono allineati alle strutture dell'universo, su grandissima scala, che formano ponti e filamenti che passano attraverso regioni di spazio vuote.


La rappresentazione artistica dei quasar allineati alle strutture dell'universo a grandissima scala - da sciencedaily
Ma citiamo direttamente un passo della traduzione italiana dell'articolo:

L’equipe ha [quindi] cercato di verificare se questi assi di rotazione fossero legati non solo tra di loro ma anche alla struttura su grande scala dell’Universo in quell’epoca cosmica ed hanno quindi scoperto che esse non sono distribuite in maniera uniforme: formano una rete di filamenti e grumi intorno a enormi vuoti dove le galassie sono rare. Questa disposizione bella e affascinante è nota come struttura a grande scala. I nuovi risultati del VLT indicano che l’asse di rotazione dei quasar tende a essere parallelo alle strutture a grande scala a cui appartengono: se i quasar si trovano in un lungo filamento, allora lo spin (asse di rotazione) del buco nero centrale punta lungo il filamento.
I ricercatori stimano che la probabilità che questi allineamenti siano casuali è meno dell’1%. “La presenza di correlazione tra l’orientazione dei quasar e la struttura a cui appartengono è una previsione importante dei modelli numerici di evoluzione dell’Universo. I nostri dati forniscono la prima conferma osservativa di questo effetto, su scale molto più grandi di quanto si sia osservato finora per le galassie normali“, aggiunge Dominique Sluse dell’Argelander-Institut für Astronomie a Bonn, Germania e dell’Università di Liège.
L’equipe non ha visto direttamente l’asse di rotazione o i getti dei quasar, ma ha misurato la polarizzazione della luce di ciascun quasar e, per 19 di questi, ha trovato un segnale polarizzato significativo. La direzione della polarizzazione, combinata con altre informazioni, è stata usata per dedurre l’angolo del disco di accrescimento e da qui la direzione dell’asse di spin (rotazione) del quasar. “L’allineamento nei nuovi dati, su scale anche più grandi delle attuali previsioni derivate dalla simulazioni, può suggerire che ci sia un ingrediente ancora non noto nei nostri modelli del cosmo“, conclude Dominique Sluse. (da qui)

Questa animazione mostra la struttura dell'Universo (nientemeno) e l'ho trovata qui


Dal mio punto di vista, e se ho capito sufficientemente bene il fatto, è  il segno di un disegno trascendente nelle strutture del tutto, un disegno possibilmente non metafisico o teologico - cioè volontario e progettato - ma fisico e matematico, inerente alla materia e alle sue leggi innate, che suggerisce l'esistenza di un'ordine superiore, di strutture della realtà rispetto alle quali quella in cui viviamo è solo l'ombra che la canicola stampa sopra uno scalcinato muro.

E nell'attesa di una risposta sull'identità di quell'ingrediente cosmico mancante, per me vale la pena di perdere, sulla visione, diverse nottate di sonno.


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1) la traduzione dell'articolo la potete trovare su questo sito in italiano Meteoweb.eu
2) se l'interpretazione cosmologica è giusta, l'enorme energia emessa e le violente fiammate di un quasar sono totalmente inimmaginabili per la mente umana: un quasar di dimensioni medie potrebbe incenerire l'intero sistema solare da una distanza di qualche decina di anni luce ed emettere, considerando uno stesso intervallo di tempo, mediamente un'energia mille volte superiore a quella prodotta dall'intera Via lattea (wiki)

3) .Tali dimensioni sono stimate grazie al fatto che la luminosità dei quasar è fortemente variabile (anche del 100%) e con un periodo piuttosto breve, da poche ore a qualche mese e considerando che, da un punto di vista relativistico, un oggetto non può cambiare luminosità più velocemente del tempo che la luce impiega ad attraversarlo.(Wiki)

venerdì 22 agosto 2014

Fatelo a pezzi - con metodo e maniera

Oggi, dopo la pennichella pomeridiana, mi sono svegliato con il dubbio sulla data in cui lo squartamento è stato abolito, o è caduto in disuso, in Europa. 
Te sei matto, mi direte. 
Magari avete ragione, ma quale è il pensiero che può venire in mente dopo una pennichella pomeridiana? Quale il pensiero normale e politicamente corretto
Sarà che mi ero addormentato leggendo La passeggiata di Walser 1), e tutti voi sapete bene quale totale capolavoro del breve sia questo racconto. Anzi, quale capolavoro assoluto sia questo epitaffio del nulla, questo inno al vuoto e alla leggerezza dell'impegno retorico, cantato in mezzo ad un paesaggio che tutti noi ci augureremmo di vivere, un giorno. 

Da quando mi sono dotato di un Kobo, un ebook reader, riesco a saltabeccare da un libro ad un altro, come mi sarebbe sempre piaciuto fare se lo spazio e la moneta non avessero posto dei limiti invalicabili al collezionismo compulsivo dei libri cartacei. Che pure avevo annusato, come condizione naturale, da ragazzo, quando i libri li si prelevava nelle librerie con manine rapide e rapinose.
Vabbè, torniamo a noi.


La prosa di Walser è la manifestazione estetica di un'etica del baratro. La rappresentazione artistica di un doppio ed uno specchio. Nel quale si riflette il nulla. 
Ed è l'incipit della Costituzione, che deve essere ancora scritta, della resistenza alla barbarie 2).

Del tutto ovvio, quindi, che l'uscita naif dalla consapevolezza profonda della pennichella pomeridiana, la fine dello stato di conoscenza messianica che in questi momenti dorati si raggiunge, mi abbiano portato al dubbio sullo squartamento.

Una volta la domanda sarebbe rimasta senza risposta, almeno senza immediata risposta.
Oggi, invece si fa un salto su google e si soddisfa l'ambascia.


Dunque, lo squartamento, inteso come pena cui si sottoponevano debitori, attentatori alla persona del Re, apostati e anche efferati assassini, era molto semplicemente la distruzione, lo smembramento, la lacerazione e la degenerazione del corpo malcapitato.

Ma andiamo con ordine, partendo dalle origini della nostra civiltà giuridica.

Nella Roma repubblicana il debitore insolvente diventava schiavo del creditore. 
E' probabile che, in età arcaica, il debitore insolvente potesse essere messo a morte dal creditore: Aulo Gellio ricorda che in caso di più creditori insoddisfatti, il debitore veniva fatto a pezzi e distribuito, secondo giustizia e proporzionalmente al dovuto, ai danneggiati. Che si portavano ciascuno a casa, chi una gamba, chi un polmone3).


Nel medioevo in cui l'Europa iniziò ad evolvere sulle sue basi comuni di fede cristiana lo squartamento iniziò a diffondersi, nel XIII sec, dal'Ungheria in cui pare aver avuto origine. Il condannato veniva in pratica macellato vivo e con ciò degradato ad un livello inferiore a quello di un animale da macello, il cui corpo veniva invece sezionato dopo essere stato ucciso 4).

Sempre da Wikipedia leggiamo: Per la prassi britannica, la piena punizione (Hanged, drawn and quartered traducibile in italiano con "Impiccato, tirato e squartato") prevedeva che il colpevole venisse:
  • condotto al luogo dell'esecuzione, in pubblica piazza;
  • spogliato nudo e legate le mani dietro la schiena;
  • impiccato, ma non fino alla morte;
  • castrato vivo, con il taglio del pene e dei testicoli;
  • eviscerato senza ledere gli organi vitali;
  • le parti virili e le interiora bruciati davanti ai suoi occhi;
  • decapitato;
  • squartato: il suo corpo diviso in quattro parti;
  • i quarti del suo corpo appesi in diversi angoli della città;
  • la testa conservata nella Torre di Londra.
Il condannato veniva condotto su un carretto al luogo dell'esecuzione, sulla pubblica piazza, in cui era posta una piattaforma di legno, su cui l'attendevano il carnefice ed i suoi assistenti. Sulla piattaforma si ergeva il patibolo per l'impiccagione, un tavolaccio di legno per lo squartamento e una pira per bruciare gli organi strappati alla vittima. Il suppliziato era costretto a salire sulla piattaforma, dove veniva spogliato nudo e legate le mani dietro la schiena. Poi, condotto sotto il patibolo, veniva impiccato con il metodo del nodo corto, in modo che il collonon si rompesse. Prima che sopraggiungesse la morte, veniva prontamente slegato e condotto vivo al tavolo di squartamento. Le mutilazioni venivano praticate in un ordine che rendesse più atroci, per il loro significato e la sofferenza inflitta, quelle eseguite quando il suppliziato era ancora completamente vivo e cosciente.
Chi volesse approfondire nel dettaglio l'operazione può leggere la pagina di Wikipedia a ciò dedicata.

 Nel 1757 fu squartato Robert François Damiens per un fallito attentato al re Luigi XV. Questo tipo di squartamento era diverso da quello usato nel Regno Unito: infatti venivano legate le braccia e le gambe del condannato ai cavalli, i quali, aizzati in direzioni diverse, provocavano lo spezzamento dell'addome; ma per atto di misericordia il boia troncava di netto la testa quando vedeva che le membra cominciavano a lacerarsi). Nel 1789, con la rivoluzione francese, questo supplizio fu abolito e nel 1792 la ghigliottina (ideata in quello stesso anno) divenne l'unico metodo d'esecuzione. (Wiki, cit)
Altri casi recenti di squartamento sono quelli di Emel'jan Ivanovič Pugačëv, capo dei ribelli cosacchi, condotto al supplizio dalla decisione della zarina Caterina II (1775) e quello di Tupac Amaru II in America Latina nel 1781.
Quel che si può dedurre da questa amena lettura è, in primo luogo, che si deve sempre ripassare ciò che si può aver dimenticato. In secondo luogo, davvero oggi viviamo nel migliore dei mondi possibili (cioè attualizzati sino ad ora) e ce lo dobbiamo tenere ben stretti, questo mondo. Anche con tutte le preoccupazioni e le angosce del global warming, dell'inquinamento, delle coppie di fatto, della crisi economica e della pressione fiscale sempre montante.
In terzo luogo dobbiamo ripensare alla natura di una civiltà che può esprimere tali orrori nei confronti di un corpo e di una persona.
Noi l'abbiamo fatto, l'abbiamo superato, l'abbiamo concluso e ci rimane solo di fare la guardia con attenzione. Che mai ci tocchi di rivederlo.

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1) Il primo terzo, cioè. Fino a quando il protagonista incontra una giovane ragazza, in una casa nel bosco, che canta divinamente. E la sommerge di parole forbite e compite, lasciandola del tutto senza parole.
2) Naturalmente IMHO, del tutto e consapevolmente, con atto ermeneutico del tutto debordante e scientificamente ingiustificato.
3) Vedi http://www.unipegaso.it/materiali/LMG-01/annoI/DirRom_Lucrezi/ModX/Lezione_X.pdf dove si ipotizza che la pena corporale fosse leggenda. Ma qui si legge: "Soltanto nell’anno 428 di Roma (326 a.C.), autorevolmente afferma Tito Livio[Titus Livius, Historiarum quod extat, editio Amsterdolami MDCLXXIX, liber VIII, cap. XXVIII, pag. 529.], una sommossa popolare, provocata, in generale, dal continuo susseguirsi del macabro rituale di cui erano vittime i debitori insolventi, e, nel caso particolare, dalla sodomizzazione del debitore, portò all’emanazione della “Lex Poetelia Papiria” che, ponendo il principio per cui la vera garanzia dei creditori doveva ricercarsi nel patrimonio e non nella persona del debitore, (“pecuniae creditae bona debitoris, non corpus obnoxium esse”), sovvertì radicalmente le basi del precedente regime dell‘insolvibilità. 
Inoltre il valore e l’importanza della legge Petelia sono accresciuti dal fatto che con essa venne introdotto il criterio distintivo tra due categorie di debitori. 
Essi furono assoggettati ad un diverso trattamento, a seconda che fossero di buona o di mala fede, prendendo cioè in considerazione se la loro inadempienza derivasse da mero infortunio o dalla frode. 
I primi furono sottratti all’esecuzione personale e per essi fu vietato l’uso del nerbo e dei ceppi (“ne quis in compedibus aut in nervo tenetur”). 
I debitori di mala fede, invece, (“qui noxam meruissent”), rimasero soggetti all’esecuzione personale e costretti “in compedibus”, come mezzo di coazione al pagamento e, al tempo stesso, come pena della frode, “donec poenam luerent”. "
4) Wikipedia, squartamento

giovedì 21 agosto 2014

Isis è un'altra cosa

link
[…] Dea dalle molte facoltà,
onore del sesso femminile.
[…] Amabile, che fa regnare la dolcezza nelle assemblee,
[…] nemica dell'odio […],
[…] Tu regni nel Sublime e nell'Infinito.
Tu trionfi facilmente sui despoti con i tuoi consigli leali.
[…] Sei tu che, da sola, hai ritrovato tuo fratello Osiride, che hai
ben governato la barca, e gli hai dato una sepoltura degna di lui.
[…] Tu vuoi che le donne si uniscano agli uomini.
[…] Sei tu la Signora della Terra […]
Tu hai reso il potere delle donne uguale a quello degli uomini!
Tratto dal Papiro di Ossirinco n.1380, 1. 214-216, risalente al II secolo a.C.

link
”Eccomi o Lucio, io la madre della natura, la signora di tutti gli elementi, l’origine e il principio di tutte le età, la più grande di tutte le divinità, la regina dei morti, la prima dei celesti, colei che riassume in sé l’immagine di tutte le divinità, che con il suo cenno governa le altezze luminose del cielo, la brezza del mare, i desolati silenzi dell’oltretomba, che tutto il mondo onora con diversi riti e differenti nomi…..ma gli Etiopi e gli Egizi, così noti per la loro sapienza antica, mi chiamano con il mio vero nome Iside regina.”
Apuleio- Le Metamorfosi


Iside era la sposa di Osiride ed Horus è il loro figlio, incarnazione di Orionein cielo e Sirio, figlia di Nut dea del Cielo e di Geb, dio della terra. Dunque attraverso Iside s’incarna Osiride nel figlio Horus, il ciclo astrale di Cieloe Terra trova nella figliolanza di Horus, il suo gruppo concettuale fondamentale, ma Iside è anche dea della Fortuna, della Buona Sorte, colei che salva Osiride dallo sbranamento, lo ricompone attraverso un processo di rinascita e immortalità, dunque è madre dell’Alchimia e della Fertilità. A lei si attribuiscono le esondazioni fertilizzanti del Nilo e dunque si identifica con Ecate.

Il suo mito si diffonde ma è presente a tutte le ipostasi femminili della divinità e influenzerà addirittura la concezione della “Mater dei”, la maternità di Dio sopratutto nell’iconografia della Madre che allatta il Figlio, presso i vescovi cristiani riuniti ad Efeso nel 431 d.C. Il suo culto era diffuso in tutto il Mediterrane oed in particolare in Campania il culto Isiaco era noto ad Ercolano, Benevento,Pozzuoli e Cuma. Un’antica comunità alessandrina sappiamo essere di casa nel centro di Napoli, nella Regio Nilensis,tra via Tribunali e Via san Biagio dei Librai e di cui ci resta la testimonianza della famosa statua del Nilo. Ed è altresì arcinoto il Serapeum di Pozzuoli, con la statua del Dio Serapide ,evoluzione ipostatica della triade sacra, del Dio tardo egizio Osorapi (Osiride-Api) e di vari attributi divini di Zeus. A tal punto proteiforme nella sua pluralità divina che secondo Adriano nella Storia augusta:” Gli adoratori di Serapide sono cristiani e quelli che sono devoti al dio Serapide chiamano se stessi vicari del Cristo”.

Questo post è un semplice copia-incolla di frammenti della rete, ma tanto basta.
Per dire che la parola Isis dovrebbe essere coperta da copyright e protetta con le armi.


lunedì 11 agosto 2014

Guerre di popolo

Rileggevo la Certosa di Parma di Stendhal, in questi giorni - una lettura a tratti molto più che moderna e divertente - giorni in cui Ucraina, Siria, Iraq e anche USA sono teatro di oneste guerre e rivolte di massa.


Nel libro di Stendhal c'è una sezione in cui il giovane protagonista, diciassettenne annoiato della sua vita immobile sul lago di Como fugge per raggiungere le armate napoleoniche che stavano preparandosi alla disfatta di Waterloo. Dopo dochisciottesche avventure, i francesi avendo subita la rotta, il giovane nobiluomo si trova a seguire  disordinatamente l'esercito in ritirata attraverso le campagne fiamminghe. Mentre la soldataglia fluiva verso casa, ognuno pensando a se stesso, il nostro viene aiutato dalla popolazione, contadini al lavoro nei campi, ostesse procaci, ragazze attratte dal giovane italiano.
Attorno all'evento bellico più sonoro di tutta l'epopea napoleonica, evento che ha fatto la storia d'Europa, la vita scorreva solo un po' turbata, come da un vento che passa.



Ai tempi degli stati nazionali assolutistici.



Ora, sarà pur vero che la ricostruzione storica che fa Stendhal è funzionale alla struttura del racconto, e di certo le cose saranno andate un po' meno idillicamente. Ma di certo nulla succedeva di quanto siamo abituati a vivere oggi, dove le guerre, le rivolte, le intifade e gli atti armati in genere, sono nelle mani della democratica forza popolare.



Si potrebbe dottamente discutere sulla trasformazione della violenza, da monopolio di Stato a liberale attività popolare, si potrebbe condurre il ragionamento su come, sempre, in momenti di crisi improvvisa, la massa si muove, violenta e sognante, si dovrebbe ragionare attorno ai segnali di fame e di catastrofe sistemica dell'economia planetaria. Ma a me viene solo in mente, qui e ora, di maledire gli illuministi! Che dopo aver fatto uscire l'uomo dallo stato di minorità si son dimenticati di organizzare dei corsi gratuiti e universali per insegnare cosa, come e dove.

venerdì 1 agosto 2014

Come tappi di champagne

Sulla stampa mondiale è apparsa la notizia di misteriosi buchi nella steppa siberiana.

Al primo segnalato se ne sono poi aggiunti altri due, più o meno nella stessa zona. Sono fori perfettamente arrotondati, un po' ellittici, profondi anche 70 metri con, almeno nel primo caso, un lago ghiacciato sul fondo.




Come si legge in questo articolo del The Moscow Times russo (da cui deriva anche la foto qui sopra) al primo foro si è aggiunto subito un secondo, identico ma di dimensioni molto inferiori.

In questo articolo del Time, che presenta un video interessante, si fa riferimento anche ad alcune ipotesi avanzate: la caduta di meteoriti o l'esplosione di sacche di metano già intrappolate al di sotto del permafrost ghiacciato e rilasciate per il suo scioglimento, causato a sua volta dall'aumento delle temperature.

Testimoni parlano di colonne di vapori e di masse in caduta dal cielo: “Observers give several versions. According to the first, initially at the place was smoking, and then there was a bright flash. In the second version, a celestial body fell there.” 

Curioso che gli stessi testimoni offrano versioni che supporterebbero entrambe le cause, l'esplosione del gas e la caduta di piccoli meteoriti.

Una ricca serie di immagini è presentata in questa pagina del Siberian Times, dove si allude anche a impatti di missili e a operazioni aliene non meglio specificate.


Io trovo l'accaduto interessante, e strano il fatto che sulla stampa italiana se ne parli poco.
Anche se non è facile immaginare una fuoriuscita di gas che provochi un foro così perfetto,
nel caso di rilascio di masse di metano dovute allo scioglimento del permafrost, questo sarebbe il segno che il tappo è davvero saltato. 


Se i fori sono stati provocati da attività umane, come ordigni bellici, ci sarebbe da spalancare gli occhi immaginando ordigni da fantascienza. Per non parlare di meravigliose spiegazioni extraterrestri.
Io qui vi invito a godere, per il momento, di queste immagini fantastiche.


mercoledì 30 luglio 2014

Non battere il chiodo fino in fondo

Ovvero: della decrescita alle porte

Nel recente passato mi è capitato spesso di lavorare con mio padre. Avevamo da aggiustare una casa sui monti e lui, carpentiere-carrozziere in pensione, si occupava di tutti i lavori in ferro: ringhiere, infissi e scale. Io mi dedicavo ai lavori in legno: sedie, mobili di cucina, una madia, un paio di tavoli e anche le porte interne.
Quando era il turno del ferro, lui tagliava, saldava e brasava ed io lo assistevo passandogli i ferri.
Quando si arrivava al legno i ruoli si invertivano, con lui che stava un po' lontano e mi diceva come fare, trasferendomi la sapienza.
Come già succedeva nel passato remoto, mi diceva sempre: "Non infilare il chiodo sino in fondo!".
"Come diavolo si infila un chiodo!?!?", mi dicevo io, tra me e me. 
E continuavo a rimuginare: "Ovvio che, per fare un lavoro a puntino, devi per forza far scomparire la testa del chiodo sotto la superficie! Che la lasci a fare la capocchia fuori dal legno!?"
E si trovava sempre da dire, lui ammettendo che ero bravo, sì, ma un po' ciabattone. Facilone, approssimativo, casinista, pressapochista, disimpegnato, cioè.


Oggi mia moglie mi dà da lavorare con una sedia raccolta in strada. E' una bella sedia di legno, di stile Ottocento, perfetta nella struttura ma totalmente da rifare nell'imbottitura e della fodera 1).
Io, che un po' il legno lo lavoro, non ho mai messo mano su una sedia imbottita.
Vado su Google e trovo un video che spiega bene la procedura.

Mi metto a smontare la vecchia imbottitura e scopro perchè, no, il chiodo non deve essere battuto sino in fondo, se si prevede che qualcuno, prima o poi, ci debba rimettere mano per riutilizzare l'oggetto 2).

Scopro anche che Google è del tutto inutile, o quasi, in questo caso. Il reverse engineering della sedia ti insegna come si fanno le sedie, e anche come lavorava l'artigiano di un tempo e le sue preferenze e i suoi tic e le sue ossessioni 3).



Questo gioco di recupero mi fa venire in mente l'uso sempre più frequente del tabacco da rollo.
Con l'aumento continuo del prezzo delle sigarette industriali moltissimi fumatori sono passati alla sigaretta rollata. Molti, anche se meno, usano tabacchi senza additivi 4), e ne fanno un punto d'onore.

Cioè, seguitemi, quando ho iniziato a fumare, ormai nei lontani anni '70, rollavano cartine solo più i giovani debosciati coi capelli lunghi, e la maggior parte di loro arrotolavano cartine per usi ancor più marginali e psicotropi. L'uso della cartina e del tabacco era cioè confinato allo spazio della ribellione o del disagio.
Bastava farsi una cartina, una paglia, un drum, per essere subito etichettato con un 'per me quello finisce male'.
Oggi, viceversa, usano fumare cartine anche signore normali e lo fanno ostentando sicurezza formale, i tabacchini hanno iniziato a esporre una varietà di tabacchi da rollo e le cartine Bravo si trovano anche in quelle rivendite dalle quali erano sparite da anni.



Di fatto, fumare cartine è un ritorno ad una abitudine del passato, diciamo anteriore al secondo dopoguerra, prima che l'arrivo degli americani (con le loro bionde) e del benessere diffuso dal boom economico cambiasse un'abitudine così radicata. 
Oggi si ritiene normale e, in certi casi, pure trendy, rifiutare la comodità del presente e tornare ad abitudini del passato. Questo ritorno all'indietro e il rifiuto della modernità conseguente sono solo marginalmente giustificati da una scelta ideologica, come al contrario è motivata quella dei vegani, dei vegetariani, degli amanti di una vita a minimo peso ecologico. E viene adottata come scelta quotidiana da un numero crescente di persone.

Per ora mi fermo qui, ma per me questi potrebbero essere i primi segni che è possibile abbandonare costumi e abitudini di consumo che ci sono state familiari per anni. E, ancora, che queste conversioni possono essere indolori e, anzi, gratificanti.
E' possibile che questa mia sia un'idea balzana e ingiustificata. 
Ma mi incuriosisce come nel comportamento collettivo sia bastato così poco per sdoganare comportamenti ritenuti poveri (il riuso piuttosto che l'acquisto del nuovo, la personalizzazione del gesto spersonalizzante di accendersi una sigaretta) e, anzi, per renderli gesti di valore aggiunto.
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1) C'è un sacco di gente che butta via roba intatta, e anche noi lo facciamo di tanto in tanto. Ogni sera tardi c'è un sacco di cose utili vicino ai cassonetti e ogni mattina, prima del passaggio dei netturbini, la maggior parte di queste cose è sparita. 
Potremmo dire che questo comportamento si configura come libero scambio e dono allo sconosciuto. E anzi, si potrebbe fare uno studio sul fenomeno, visto che sedie e mobili e cose di legno per lo più spariscono, mentre tv, computers e roba elettronica in genere finiscono dentro i camion della nettezza urbana. Mia moglie ha salvato la sedia da fine ignominiosa per affetto verso le cose belle anche se inutili, affetto che manca verso le cose inutili e brutte.
2) E' del tutto intuitivo che per togliere un chiodo dal legno con strumenti comuni, la testa del chiodo debba essere appena a filo, in modo che si possa far leva con il piatto della punta di un cacciavite.
3) In questo caso l'artefice usava mettere i punti da sinistra a destra sul primo strato di canapa, diritti sul secondo strato. Mai da destra a sinistra. 
4) Alcuni, ancora di meno, usano tabacchi senza additivi e biologici, cioè senza uso di concimi chimici e di antiparassitari. Ora, è ben difficile immaginare che il fumo di tabacco naturale sia sano. Ma, di certo, per prova personale, posso affermare che il tabacco naturale lascia la bocca asciutta e non unta come fanno le bionde e, forse è un'altra illusione, può essere utile per disintossicarsi.
Non so se è vero, ma a me è servito. 

martedì 22 luglio 2014

Obesi e magrolini

Esco dal vuoto bloggistico che mi circonda da mesi per colpa del numero di Luglio de Le Scienze. Allegato al fascicolo c'è un libro, La seconda rivoluzione verde, che tratta l'urgenza alimentare nel nostro mondo. Se le proiezioni demografiche sono corrette, e se nel 2050 saremo davvero 10 miliardi, occorrerà una nuova rivoluzione agricola per aumentare la produzione di cibo di circa il 70%. Incrementando la produttività dei terreni e delle piante, non certo aumentando la superficie coltivata, essendo quest'ultima già il 40% delle terre emerse.

Essendo impegnato nella lettura di un libro ameno, Conto alla rovescia - quanto potremo ancora resistere? di Alan Weisman 1), che tratta in maniera elegantemente divulgativa il problema della sovrappopolazione, l'argomento mi coglie non del tutto impreparato.


Quello che non prevedevo, per ottundimento estivo e non per ignoranza, arriva alla pagina n.31 della stessa rivista, dove occhieggia un trafiletto:

Oltre due miliardi di persone obese


Ormai che non sono più da tempo collettivista e egualitarista, rimanendo solo anarchico allo sbando, consiglio anche voi di fare la stessa esperienza di triangolazione. E di ripensare la storia recente.


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1) è l'autore de Il mondo senza di noi, un libro divertente ed interessante che ci mostra una Terra che, passo passo, riprende il suo corso dopo la scomparsa definitiva di ogni uomo.



giovedì 12 giugno 2014

Elogi II,9: Del lentofumo in velocità



Ora, il punto di questo scritto è che si discute se una seduta di lentofumo1), sia esso goduto attraverso un buon sigaro o una pipa ben caricata, possa essere esercitata al meglio sdraiati su un'amaca in una veranda di fronte al mare, con i colori e i profumi della rilassatezza, con in una mano un bicchiere di grappa o di armagnac e nell'altra una pipa qualsivoglia riempita di misture inglesi profumate, o seduti su una sedia di legno, impagliata, in un'aia in mezzo alla campagna, con vista lontana di monti e foreste, e magari odore di merda equina che tanto bene si sposa con le fragranze del tabacco virginia, erboso e terragno lui pure.



L'ideale, tutti gli amanti di lentofumo concordano, sarebbe discutere della questione in una brasserie parigina, ma anche su un tetto di Via dei Greci, o sulle panchine di un parco qualsiasi.


Comunque. La seduta di lento fumo in compagnia essendo il più delle volte un girovagare sul più e sul meno, sul meglio e sul peggio, sul bello e sul brutto, in sostanza consistendo la lenta fumata in compagnia in una questione estetica o, al massimo, poetica e perciò stesso etica, quella in solitaria è il più delle volte orchestrata come una seduta zen, durante la quale, con l'assistenza della pipa e del tabacco e del setting adeguato, scordi la contingenza e assurgi alla trascendenza. Ogni volta un po' diversa.

Ma!

Ma c'è una piega del tutto diversa di cui voglio qui tessere gli elogi. Tardivi e ineguali, che dell'esistenza di questa dimensione ho avuto certezza proprio ieri e in un modo imprevisto, e potentemente in contrasto con quanto gustato in precedenza 2).
Tutte le volte che vado a lavorare con le mani, mi spoglio della mia apparenza cittadina e corro felice verso il fondo di mio padre buonanima, dove ho allestito un laboratorio di intaglio e cose così.
Per recarmi in questo luogo di polvere e segatura monto sullo scooter di mia moglie (che il mio, rompendosi la testata, non valeva la pena recuperare) e faccio la bretella autostradale con la pipa sempre accesa. alla bella velocità di 100-110 kmh.
Con un'andatura di quel genere, non c'è santi, la pipa rischia ad ogni momento di trasformarsi in palla di fuoco, vista la sovrabbondanza di ossigeno e azoto 3) che bruciano il tabacco a temperature che nemmeno una radica stagionata e spessa potrebbe sopportare.


Allora è qui che inizia la storia del fumolento in velocità come meccanica zen.
Per non far spegnere nè infiammare la pipa, è necessaria una sequenza di movimenti: la pipa inizia a scaldare e tu devi coprire il fornello, soffrendo non poco, con le dita della mano sinistra, essendo la destra impegnata a tenere il volante e a contemporaneamente azionare l'acceleratore.
Le dita devono impedire il passaggio di ogni filo di vento e contemporaneamente evitare di ustionarsi.
A seconda poi che lo shape della pipa sia lungo o corto, che l'attrezzo sia una lovat piuttosto che un cazzillo, cambia il modo di tappare anche il foro del bocchino; cosa, questa, decisiva..
Che il movimento dell'aria spinge, nel cannello, e aspira assieme, dal bocchino appunto, così che all'inizio non capivo come mai, col fornello ermeticamente tappato, la temperatura della combustione continuasse ad aumentare.
Nel caso di una pipa lunga o si hanno mani egualmente lunghe, e allora si può usare il pollice, o si adopera la guancia rasata, appoggiandovi con una certa pressione l'imboccatura del bocchino.
Ma non finisce certo qui. In questo modo, senza variazioni e timing adeguato, il tabacco si spegnerebbe per anossia. Ed allora sarà tua perizia alternare chiusura e aspirazione per permetterti di arrivare a destinazione con la pipa ancora accesa 4).
A me, che fumo normalmente tabacchi naturali e secchi, di veloce combustione, la carica regge solo per i 20 minuti circa che mi servono per tornare a casa, sarà per la natura del tabacco, sarà per imperfetta gestione delle turbolenze. Ma la cosa mi fa pensare al piacere dell'ossimoro gestito in consapevolezza.


Post scriptum: devo indagare i significati etico-poetici di un altro atto che mi viene da fare durante il percorso.
Normalmente torno a casa con una pipa appena intagliata in tasca. E' ancora priva di finitura, vernice o cera che sia. Il più delle volte è malformata, a scalini, come si dice. Ma mi capita sempre più spesso di intervallare le fasi dei chiudi, non solo con le fasi dell'aspira, ma ormai anche del vediamo se è bella alla luce del sole.
In modo che qualche volta, sulla bretella, si può vedere un tipo sullo scooter che sbuffa una pipa che ha in bocca, solleva una pipa che ha in mano e corre verso il semaforo a fare un po' di teatro 4).
Del tutto vacuo, e in questo sta la natura zen del fumolento in velocità, in assenza di ogni dolore del mondo.

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1) Lentofumo è, appunto, fumo lento di sigari e pipa. Essendo il fumo veloce quello molto più diffuso della sigaretta, che dura al massimo un 5 minuti e ti rende oggetto di fumo.
2) Si fa riferimento qui al post Elogio della canadesina motorizzata, cui si rimanda, dove, narrando di passeggiate in scooter alla velocità di 30-40 kmh, si era lontani dall'epifania che qui si svela.
3) per quanto inerte, anche l'azoto, col suo 70% abbondante, avrà pure un ruolo, seppure solo termodinamico.
4) arrivare al primo semaforo, superare tutta la colonna, intrufolandosi come solo gli antipatici scooteristi sanno fare, fermarsi allo stop e, con noncuranza emettere una nuvola di fumo, magari con cerchi e volute, beh... è una soddisfazione impagabile.