mercoledì 21 agosto 2013

'Se stesso' si scrive senza accento sul 'se'.

Non ce l'ho proprio fatta ad evitare questo minimo post. Proprio no.

La lingua della capra

In questi giorni, come forse ho già detto, ho avuto tra le mani due libri piuttosto interessanti di divulgazione scientifica, sul tempo (Paul Davies, I misteri del tempo, L'universo dopo Einstein, 1996, Oscar Mondadori, trad. di Elisabetta del Castillo) e sul concetto di infinito (John D. Barrow, L'infinito, Breve storia ai confini dello spazio e del tempo, 2006, Oscar Mondadori, trad di Tullio Cannillo). Sono libri compendiosi ma appunto per questo molto interessanti. A un non specialista, come me, servono proprio i libri che 'riassumono', possibilmente in un quadro coerente e completo, queste cose che altrimenti sarebbero per me quasi inavvicinabili. E questi libri non sono belli o brutti perchè tradotti bene o male. Sono seri se tradotti bene e inaffidabili se tradotti male.

E quindi, per tutti i diavoli... il traduttore che porta un testo di scienze in italiano, per favore, scriva se stesso e non sè stesso. 1) Nella traduzione del libro di Davies, ad opera della stimatissima Elisabetta del Castillo, TUTTE le ricorrenze di se stesso sono scritte sbagliate 2). Tutte. Nella traduzione del testo di Barrow, ad opera dell'altrettanto rispettabile Tullio Cannillo, appena arrivo alla quinta riga del primo capitolo subisco l'agguato di un a sè stessi. Appena aperto e già la passione mi lascia.
Sarò pure pedante, ma se mi devo dedicare alla natura sfuggente del tachione o ai lavori di Cantor NON VOGLIO che il piacere della scoperta venga rovinato da due traduttori, all'apparenza neanche parenti, che mi sbagliano le parole. Se sbagliano le parole nella loro lingua, che garanzia ho che le cose vengano riportate bene?
Perchè sulla consistenza della traduzione dei concetti scientifici non ho controllo 3) e quindi mi devo fidare del traduttore, dando per scontato l'onestà dell'autore. Ma sulla lingua sì, un po' di controllo ce l'ho. Cosa che mi costringe a pensare di stare a perdere del tempo.

E scusatemi se l'ho fatto perdere anche a voi. Ma proprio è stato più forte di me.
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1) c'è anche chi si inventa regole di modernità arbitraria, per giustificare l'ingiustificabile, come l'estensore di questa pagina: http://dizionari.corriere.it/dizionario-si-dice/S/se-stesso.shtml
La lingua, ricorderò, non è regola arbitraria, ma arbitrio regolato. Le parole nascono e mutano se c'è una ragione che renda necessario il mutamento (o il nuovo conio). E se su questa ragione c'è concordia di parlanti e scriventi.
Per qualche ragione, storicamente, nella lingua italiana si è assistito alla trasformazione di se (pronome) in sè, mutazione avvenutaprobabilmente, per distinguere il pronome da se congiunzione. Probabilmente qualcuno, arbitrariamente (cioè come atto di sua volontà), scrisse e la massa dei lettori e scrittori, pian pianino, trovò la scelta sensata (forse anche perchè il pronome è pronunciato tonico, cioè accentato, mentre la congiunzione è le più volte atona). La scelta che qui viene fatta dai due traduttori a me sembra invece scelta modernista e artificiale. E la spiegazione del linguista di cui sopra, mi appare un po' fighetta, perchè la lingua non è regola o controregola, non è obbligo o anarchia, ma è sempre accordo e convenienza.
E dunque, fidatevi, per un po' ancora sarà corretto dire se stesso e sarà da capre, magari saputelle, dire sè stesso. Poi, quando l'accordo andrà su sè stesso e la tradizione santificherà l'accordo, meno male, io sarò morto :D
2) cioè, se volete, giustificate arbitrariamente e solipsisticamente e quindi, in quanto contrarie all'accordo in vigore, clamorosamente disturbanti.
3) tranne quando si dicono cose come: "la sequenza normale è T1-T2, ma laddove venga invertita si presenta prevedibilmente come T1-T2", che anche un asino capisce il refuso.


1 commento:

  1. Salve.
    A parte il fatto che il Suo post abbonda di fastidiosissimi accenti gravi usati in luogo degli acuti (perchè? Sè?), e presenta qualche costrutto sgrammaticato ("dando per scontato l'onestà dell'autore", "che anche un asino capisce il refuso"), Le faccio presente che la stessa Accademia della Crusca, mostrando esempi e controesempi d'uso dell'una e dell'altra forma, accetta come corrette entrambe, pur facendo intuire che l'uso di "se stesso/i" è frutto di un "ipercorrettismo storicizzato", come d'altronde affermano vari e illustri linguisti, secondo i quali l'eccezione del "se stesso/i" alla regola dell'accento sul sé non ha ragion d'essere né dal punto di vista logico né da quello della convenienza. E sicuramente non lo dicono per "fare i fighetti", ma per porre l'attenzione sul fatto che una volta stabilita la regola dell'accento sul "sé", un'eccezione di tal genere non fa altro che generare sotto-eccezioni e complicare la regola stessa in modo del tutto arbitrario e senza una ragione logicamente sostenibile.
    Saluti!

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