giovedì 22 agosto 2013

Faccio parzialissima ammenda (In realtà puntualizzo e insisto)

Essendo per me la lingua una cosa seria, riguardo alla certezza se stesso ho interrogato la Crusca, cioè l'autorità più informata e seria sull'argomento. Ovviamente non è stato difficile trovare l'articolo: potete leggerlo qui.


Qui sotto inserisco un paio di punti particolarmente chiari e degni di lettura.

Il pronome tonico riflessivo singolare e plurale  ("ognuno pensi per sé"; "la guida disse agli escursionisti di portare gli zaini con sé") richiede l'accento acuto, che va dal basso verso l'alto, da sinistra a destra, ed indica graficamente la pronuncia chiusa della vocale e (ossia il fonema anteriore o palatale medio alto /e/), distinguendosi in tal modo dal se congiunzione ("se te ne vai, avvertimi") o pronome atono ("se ne andò").

E su questo tutti sono d'accordo. Usare se come pronome è infatti errore valutabile per giudicare la conoscenza della lingua italiana

Riguardo alla possibilità di alternanza tra le forme sé stessi e se stessi, si possono notare due diverse tendenze.
Alcuni studiosi evitano infatti in questo caso di indicare l'accento a livello grafico, considerandolo non richiesto in quanto il pronome non può confondersi con il se congiunzione. Tale confusione potrebbe eventualmente generarsi solo estrapolando dal contesto la forma rafforzata se stessi, interpretando stessi come prima o seconda persona singolare del congiuntivo imperfetto del verbo "stare".1)
Alla voce "sé" il GRADIT - Grande dizionario italiano dell'uso, ideato e diretto da Tullio De Mauro (Torino, Utet, 2000), presenta quindi i seguenti esempi privi di accento grafico: «adesso è inutile prendersela con se stessi, non gli manca la fiducia in se stesso»; «tradire se stessi». Analogamente, nel Sabatini Coletti - Dizionario della Lingua Italiana (Milano, Rizzoli-Larousse, 2005), alla voce "sé" gli autori notano a lemma, tra parentesi, «si può non accentare prima di stesso, medesimo», inserendo nella voce i seguenti esempi e citazioni d'autore: «per convincere gli altri bisogna prima convincere se stessi»; «in se medesimo si volgea co' denti (Dante)».2)
Altri considerano invece opportuno indicare sempre l'accento del pronome tonico riflessivo, scrivendo pertanto sé stesso, sé stessa, sé stessi ecc.
Luca Serianni (Grammatica italiana - Italiano comune e lingua letteraria, Torino, Utet, 1991o', p. 57) ritiene, ad esempio, «Senza reale utilità la regola di non accentare  quando sia seguito da stesso o medesimo, giacché in questo caso non potrebbe confondersi con la congiunzione: è preferibile non introdurre inutili eccezioni e scrivere sé stesso, sé medesimo. Va osservato, tuttavia, che la grafia se stesso è attualmente preponderante [...]». 3) In proposito, infine, il DOP - Dizionario d'ortografia e di pronunzia redatto da Bruno Migliorini, Carlo Tagliavini e Piero Fiorelli (Torino, ERI, 1981) osserva (s.v.): «frequenti ma non giustificate le varianti grafiche se stesso, se medesimo, invece di sé stesso, sé medesimo».

Già da questi passi si può evincere il punto caldo e dolente che hanno tutte le lingue, nel loro divenire storico.
La lotta cioè tra norma attuale e tendenza naturale all'evoluzione ma anche tra regola astratta e uso quotidiano.
E' un problema grossissimo, che gli storici della lingua guardano con sorridente distacco (beati loro) mentre scrittori, scrivani e docenti di lingua, affrontano con timore.
Da una parte sta l'uso normato che impone scelte sicure, diverse per ogni livello della lingua e adatte al registro stilistico che si vuole usare - si è costretti ad usare - dipendentemente dal contesto. E' la grammatica che devo insegnare a scuola per permettere al giovane studente di emanciparsi dalla sua condizione di minorità linguistica (e sociale) e arrivare ai blocchi di partenza con le scarpe allacciate, almeno. E' la norma attuale, ovviamente, che non mi fa scrivere è d'uopo ch'io commendi l'horrida scelta vostra.
Dall'altra parte sta la lingua come organismo vivo e soggetto agli stessi cambiamenti cui vanno incontro le specie animali e vegetali, di adattamento e di mutazione casuale - anche se, nelle lingue è questa una mutazione sempre legata ad una scelta umana, sempre individuale all'inizio, ma che diventa viva e degna di essere registrata solo quando si trasforma in scelta comune e condivisa..
Io personalmente amo tantissimo questa seconda natura della lingua, che la fa assomigliare ad un animale (o a un ecosistema, se intendiamo le parole della lingua alla stessa stregua delle specie biologiche). La amo probabilmente perchè all'Università mi sono laureato in Storia della Lingua Italiana e ho dato diversi esami di Filologie varie, riuscendo affascinato dal settore delle scienze umanistiche che più si avvicina a quello delle scienze naturali.

Se mi spiego, è una questione di rispetto e di umiltà: rispetto per la norma che si è faticosamente raccolta, prodotto di milioni e milioni di parlanti e scriventi, e umiltà, perchè NESSUNA regola astratta, se va contro l'uso, ha un senso per quanto piccolo.

Ma continuiamo lasciando parlare la Crusca (che è rispettosa e umile quanto nessuno mai).

In conclusione, sebbene negli attuali testi di grammatica per le voci rafforzate se stessose stessa e se stessi non sia previsto l'uso dell'accento, è preferibile considerare non censurabili entrambe le scelte, mancando in realtà una regola specifica che ne possa stabilire il maggiore o minore grado di correttezza. Si raccomanda di tener conto di questa "irrilevanza" specialmente in sede di valutazione di elaborati scolastici e affini.

Che vuol dire, cioè, 'Professore saputo, non segnare errore sè stesso o se stesso, a seconda di come ti gira, e rispetta l'incertezza che regna nella lingua delle giovani generazioni alle prese, spesso, con le loro prime prove di lingua.

Ma allora perchè, ottimo Gigionaz, la tua vuota reprimenda?
Perchè, come già detto, la forma d'uso comune è quella che conforta il lettore. E in un testo 'di cose' la lingua deve diventare invisibile, senza particolari che attirino l'attenzione e la sviino.
Poi, perchè il traduttore, che non faccia traduzione d'arte, traduce solo parole altrui e deve scegliere la norma in uso, scomparendo anche lui.
E alla fine, ma solo alla fine, perchè se stesso è la forma corretta! :D

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1) è la mia idea. E' la scelta entrata nell'uso rispondendo alla richiesta di economia che tutte le lingue hanno (non si mette un segno diacritico, come l'accento, se non ce n'è bisogno. E il bisogno deriva, a mio giudizio, dal senso di fitness, di agevolezza, che l'uso di una forma ha sull'altra. Questo vale per lo scritto (essendo ininfluente nella lingua parlata) e per la lingua formale usata in testi in cui prevalga la funzione referenziale della lingua (testi informativi ad esempio).
2) è un'idea confermata dall'uso, cioè. Nel Sabatini Coletti si legge l'interessante 'si può non accentare prima di stesso' indicando in questo modo il prevalere dell'uso sulla logica grammaticale.
3) Luca Serianni, esperto grammatico e storico della lingua, mette qua in evidenza l'opposizione tra norma astratta e norma d'uso. La prima vorrebbe la conservazione dell'accento anche in sè stesso, la seconda impone la grafia se stesso perchè oggi preponderante. 

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