giovedì 4 ottobre 2012

Terza risposta all'Ecclesiaste

La morte giusta

Agosto mi ha visto latitare, in primo luogo per il caldo dell'estate e poi perchè il mio vecchio ha deciso di lasciarci.
Era del '33 e aveva da tempo perso affezione alla vita.
Negli ultimi due anni aveva subito due ictus. Un minor stroke, come dicono i medici, il primo. "Non tanto minor", come disse la dottoressa di neurologia che lo aveva in cura, "il secondo".
Lui si lamentava moderatamente che il secondo gli aveva reso invalido, o parzialmente valido, il mignolo della mano destra. E lo mostrava a tutti quelli che gli chiedevano lumi e notizie.
"Non riesco più a fare i ravioli. Per non parlare dei tortellini", diceva.
Io, avendo letto i tassi di sopravvivenza ad un anno dei pazienti colpiti da ictus, gli dicevo che aveva avuto un gran culo.


Guidava l'auto, andava a fare la spesa, si comprava il giornale e passava le sue giornate guardando National Geographic Channel, o le partite degli anni '70 o leggendo la sua collezione - completa! - di Tex.
"Sono finiti i tempi di quando vi facevo i mobili", gigioneggiava.
Era un carrozziere saldatore e aveva continuato la sua arte anche in pensione, lavorando per amici e parenti in ferro e vetro.
D'estate saliva in campagna, dove aveva una casa vicino alla mia.
Camminava abbastanza a fatica ed erano ormai alcuni anni che si scherzava di una teleferica elettrica per superare la salita che porta a casa sua.

Aveva sempre avuto un fastidio della morte. Era del '33 e aveva visto i suoi bruciare vivi per una bomba incendiaria inglese, nel '43.
Sino ad un paio d'anni fa, probabilmente, aveva anche un po' paura di morire prima del tempo.

A gennaio avrebbe compiuto 80 anni, ma la festa degli ottanta l'aveva voluta ai 79.
Grande mangiata di pesce in un sublime ristorante del Golfo.

Quest'anno gli avevo estorto la promessa che mi avrebbe fatto un mobile in ferro e vetro per la mia collezione di sassi. Ma poi rimandavo di comprare il materiale, incapace come sono di aderire alla realtà del momento, e aspettavo il giorno che immaginavo fosse giusto. Come sempre.
"Occhio che tra qualche mese non so se ci sarò!"
"Ma che dici, scemo! Te arrivi a novantacinque anni!"
Chissà perchè 95. Di solito devono essere 100.

Aveva vissuto pericolosamente, contro ogni logica di buonsenso informato. 
"Quando dipingevo le auto, la sera, per sapere che colore avevo usato mi soffiavo il naso e vedevo la tonalità nel fazzoletto", diceva ridendo quando si parlava dell'insalubrità degli ambienti di lavoro (io, lavoratore della cultura, sono sempre stato 'operaista', e lui, operaio, era sempre stato 'imprenditore', e giù litigate, un'epoca di litigate attorno al glorioso spartitraffico del '77). "Di che vi lamentate, voi che avete studiato!".
Le sue vernici erano mica quelle all'acqua che si usano oggi. E le si dava in carrozzeria senza nemmeno la mascherina. 
"Che veniva su una nuvola profumata, che ci andavo dietro per annusarmela" mi ha detto ieri Mario, 80 anni, falegname, amico di mio padre, venuto a farmi le condoglianze.

Aveva vissuto come un pirata. Iniziando a fumare a 12 anni le cicche che gli americani buttavano dai carri, sul passo tra Carrodano e Sestri. Non aveva più smesso, sino ai 70, quando gli scoprirono le arterie ridotte, in due punti, vicino al cuore, del 98%. Angioplastica e decisione di abbandonare i due pacchetti di Nazionali semplici ("Mica mi piacciono quelle americane, chissà cosa ci mettono dentro") che si fumava, negli ultimi tempi, ogni giorno.

Aveva vissuto come un poeta simbolista, amando il vino quasi come amava la Juve. Aveva smesso di bere quasi completamente dopo il primo ictus, ed ora, a tavola, quelle poche volte che si mangiava insieme, beveva grandi bicchieri d'acqua.

Ma insomma. Alla fine, ha deciso di andarsene nel modo più elegante. Dopo una cena a base di pesce e gamberoni alla griglia (sono un maestro della griglia di pesce, io, ex fante di La Spezia), dopo una serata al fresco dei nostri 700 metri, scendendo il sentiero ha fatto un volo, crollando col suo quintale di peso su quella testa già offesa.
Di corsa, di notte, in mezzo al bosco, per raggiungere l'ospedale. Con mia moglie che gli chiedeva "Ma Luciano, ti ricordi cos'è successo?". "No". "Ma ricordi dov'eri?". "Non ricordo". "Eri a casa tua?". "No, questo lo ricordo. Ero a casa di quello stronzo di mio figlio". Si sta riprendendo, pensavo. Perchè quello era il suo modo di dire 'scusate, ma devo scherzare'.



Durante il tragitto, curvando su due ruote, come dice mia moglie, un gatto selvatico, enorme per essere un gatto, ci attraversò la strada, sbucando dal bosco notturno. Non ne avevo mai visti, ho pensato.


Dopo due giorni che si era quasi rimesso - la TAC aveva escluso un altro ictus - e aveva ripreso a fare il galante con le infermiere e con la bella nuora, e aveva ricevuto la visita di parenti ed amici, di nipoti ed affini, tutto d'un tratto mi venne da pensare che mio padre, lì davanti, stava morendo. Non so perchè l'ho saputo. Forse perchè lo vedevo che era in uno stato di sospesa stanchezza. E non ne aveva più tanta voglia, meno di quella che gli era rimasta addosso dopo gli ultimi due anni.
Comunque, nello scendere nel coma, con la mano destra aveva preso a guidare, o così mi è sembrato dal gesto semicircolare, ben elegante, dell'accompagnare il volante. Il manovrin lo chiamavano, perchè a 14 anni, lavorando nella carrozzeria di famiglia, nessuno sapeva parcheggiare come faceva lui. 
Indicava coll'indice destro. Forse casa, come sembra facciano molti sul limitare della strada finale. Indicava, e poi riprendeva a guidare nel letto.
I dottori facevano il loro mestiere, preparavano una nuova TAC. Ma io ero solo fascinato da quella mano che guidava, dandosi ogni tanto delle pacche sulla coscia, come faceva sempre quando era alla guida.
Solo quando il gesto si trasformò in tremito finale io gli presi la mano e cercai di tenerla ferma, perchè, credo, non aveva più alcun senso, oramai, tutto quel movimento. Ho rischiato di far la fine di Zeno, con il gesto mai più decifrabile di, forse, alzare la mano per, forse, dare uno schiaffo e convincere il padre che no, non si doveva alzare perchè il dottore...
Di certo mi ha salvato l'ostinazione che mio padre aveva avuto, sino alla fine, a comprarsi auto senza il servosterzo, che faceva per forza fatica ora che stava parcheggiando con l'auto quasi ferma.

Vi risparmio il tentativo di riduzione dell'ematoma cerebrale e i successivi tre giorni passati ad aspettare la 'tempesta' finale, come la chiamavano i medici rianimatori.
Vi evito tutta la trafila successiva da cui si può solo dire che non siamo liberi e 'privati' nemmeno dopo morti e soprattutto dopo morti. Vi tralascio l'interessamento di due procure per il caso di morte 'accidentale'. Vi risparmio la procedura di dispersione delle ceneri in mare che può avvenire soltanto per mano di Ufficiali Baffuti su Nave o Barca a Ciò Deputata dal Civico Servizio Di Dispersione delle Ceneri in Mare di Cittadino che così ha lasciato disposto Di Suo Pugno. Vi evito ogni ragguaglio sulle marche da bollo, sui permessi concessi da questi quattro gradassi che sovrintendono il tutto.

Ma è stata la morte, sono sicuro, che lui si augurava.

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Testo di LAV/gigionaz

2 commenti:

  1. Avrei voluto commentare anche gli altri, ma magari lo farò un'altra volta.
    Speravo riuscisse ad aprirsi...
    Sa meglio di me che il gesto che avrebbe voluto compiere e quello subito da Zeno hanno un retroscena assai diverso.
    Il gesto della guida...già! Ora tocca a lei e sorelle portare avanti la guida di insegnamenti, morali e ricordi (Juve a parte, Tex di sicuro, tortellini e ravioli magari, ma credo siano compresi nel pacchetto). Una macchina che continua a funzionare. Dal mio (azzardato) punto di vista credo che sapere di avere dei figli, dei nipoti che porteranno con sé una parte di noi, che ci hanno voluto bene ecc...beh, è una gran gioa, al di là di tutto. E allora la fine fa si paura, ma è comunque relativamente serena.
    Ovviamente io non lo conoscevo e non mi permetterei mai di fare ipotesi vane e sconclusionate. E' vero però, mi permetterei di dire, che la sua auto è stata parcheggiata, ma in attesa di essere ripresa e guidata (se capisce cosa voglio dire). Forse era la morte che desiderava, ma certamente ciò che ha lasciato dietro la sua strada sono tante belle cose ed io ne ho saggiato una parte. Dalla descrizione che ne ha fatto di burlone, tutto fare, lettore di Tex, buon gustaio, ecc.., direi che ha incarnato bene una gran parte della sua persona e trovo stupendo questo continuum (così come il vostro legame che l'ha portata a realizzare questo breve, ma intenso "flash").

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  2. E' tutto compreso nel pacchetto. Bravo Angelo. Un'espressione che ti invidio.
    Noi siamo dei pacchetti. Se solo si avvertisse l'importanza di questo concetto sparirebbe l'origine di tutto il malessere umano, la presunzione di essere 'a prescindere'.
    Tutto il lavoro, alla fine, è solo quello di lasciar confezionare un pacchetto possibilmente elegante, o anche solo carino.
    Grazie, amico :)

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