giovedì 27 settembre 2012

Vanitas vanitatum

1 Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme.


2 Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità.
3 Quale utilità ricava l'uomo da tutto l'affanno per cui fatica sotto il sole?
4 Una generazione va, una generazione viene ma la terra resta sempre la stessa.
5 Il sole sorge e il sole tramonta,si affretta verso il luogo da dove risorgerà.
6 Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana; gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna.
7 Tutti i fiumi vanno al mare, eppure il mare non è mai pieno: raggiunta la loro mèta, i fiumi riprendono la loro marcia.
8 Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo. Non si sazia l'occhio di guardare né mai l'orecchio è sazio di udire.
9 Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c'è niente di nuovo sotto il sole. 

10 C'è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questa è una novità»? Proprio questa è già stata nei secoli che ci hanno preceduto.
11 Non resta più ricordo degli antichi, ma neppure di coloro che saranno si conserverà  memoria presso coloro che verranno in seguito.
12 Io, Qoèlet, sono stato re d'Israele in Gerusalemme. 

13 Mi sono proposto di ricercare e investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo. È questa una occupazione penosa che Dio ha imposto agli uomini, perché in essa fatichino. 
14 Ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco tutto è vanità e un inseguire il vento.
15 Ciò che è storto non si può raddrizzare e quel che manca non si può contare.
16 Pensavo e dicevo fra me: «Ecco, io ho avuto una sapienza superiore e più vasta di quella che ebbero quanti regnarono prima di me in Gerusalemme. La mia mente ha curato molto la sapienza e la scienza». 

17 Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho compreso che anche questo è un inseguire il vento, 
18 perché molta sapienza, molto affanno; chi accresce il sapere, aumenta il dolore.

Ecclesiaste 1

Vecchio, vecchissimo, conosciuto e quasi risaputo. E proprio per questo, di tanto in tanto, è bene ricordarsene.

4 commenti:

  1. Beh, commenterò anche questo, tanto poi non avrò più tempo di farlo per molto tempo..per sua fortuna. :D
    Comunque mi verrebbe da chiederle, ma lei è d'accordo? Anche lei crede che tutto sia vanità?
    Anche qui è evidente un accostamento a Leopardi, ma 'sta volta mi limiterò soltanto a citarlo. Il punto è: non c'è nessuna utilità in quello che fa l'uomo?! Anche solo lo sforzo di impegnarsi nel cercare di cambiare le cose è molto utile, a mio avviso. Serve da esempio per le generazioni future. Probabilmente solo una persona su 1000 perseguirà quegli ideali e sforzi, ma direi che è già qualcosa di cui essere felici.
    E poi il sole. Sorge e tramonta esso così come fa l'uomo e in quest' ultimo si verrà sempre a trovare un po' vecchio da conservare e un po' di nuovo da integrare.
    L' uomo è in travaglio continuo perché così vuole lui stesso. Ormai è diventato quasi un bisogno, sono quasi come 2 poli di segno opposto che si attraggono l'un l'altro. Tutto è un problema, tutto è un dolore. L'amore, la paura del futuro, i ricordi del passato, la vita che scorre troppo velocemente e lentamente, l' invidia, il timore di aver perso per sempre ciò che non sta più di fronte ai nostri occhi o viceversa non riuscire a scacciare qualcuno di odiosamente insopportabile che continua a girarci intorno, ecc..
    Ma tutto è così doloroso perché siamo noi a volerlo così. L'amore è una cosa bellissima soprattutto nella sua ricerca continua, nelle sue innumerevoli sfaccettature. E non è forse esso una novità continua?
    E l'odio? L'incessante desiderio che qualcuno sparisca per sempre dalle nostre vite. Beh, per quanto fastidioso spesso è proprio quel/ la tale che ci ha reso in un certo modo, magari infondendoci molti difetti ma anche pregi come la forza di andare avanti e affrontare ciò che ogni giorno ha da offrirci.o
    E infine il definitivo separarsi da qualcuno. Eh..questo è sicuramente una delle questioni più difficili da affrontare e variabile da persona a persona, da caso a caso. Se la persona che scompare improvvisamente dalla nostra vita è giovane allora non si riesce neanche a trovare una possibile giustificazione. Col tempo però si può notare come tale fatto possa aver sconvolto le nostre vite migliorandoci, rendendoci tutto (relativamente) più facile, donandoci un modo diverso di guardare le cose e poterle apprezzare.
    Se invece accade a una persona anziana allora nella tristezza scaturita dai tanti ricordi c'è la sicurezza di un bagaglio di valori e ideali a cui continuare ad appigliarci che si tramandano di ramo in ramo.
    Chi accresce il sapere aumenta il dolore?! Solo perché il saggio/ colto si pone più domande e cerca sempre di andare oltre, si scrutare l' inscrutabile e non trovando risposte si abbatte. Questo perché perché il sapere non ha limiti, immagino..Idem per la scienza.!
    Vabbé potrei continuare per paginate e paginate, ma mi fermo qui va..ed ho anche riassunto. ;D
    "Omnia mutantur" , "Vita, si uti scias, longa est" e infine "Homo faber suae quisque fortunae". :D

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  2. Cerco di essere il più diretto possibile. L'Ecclesiaste dice la verità. Non c'è alcun dubbio. E' stato sempre così riconosciuto da tutti. Laici e religiosi, materialisti e metafisici. Come è successo anche ad Epicuro, ai suoi tempi.

    E sono mattoncini oltre i quali si può andare. Oltre, se mi spiego. ;)

    Sarà per questo che siamo ancora vivi, no?

    Un saluto, Angelo!

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  3. Probabilmente "l'altro ieri" le avrei detto che ero perfettamente d'accordo. So benissimo che è così, ma so anche che la maggior parte della gente alla domanda "Sei felice?" risponderebbe o "no" o "sì, però.." o "si tira avanti".
    E allora forse bisognerebbe guardare le cose in modo diverso, mi son detto. A cosa serve vivere, anzi(!) SOPRAVVIVERE secondo quell'ottica?! Ora, sul fatto che la felicità eterna generi noia e questa infelicità non lo nego, ma non si può neanche essere sempre negativi e infelici. Secondo me la concezione dell' Ecclesiaste è esageratamente pessimistica.
    Probabilmente tornerò presto a pensarla come lui, ma al momento vorrei cercare altre strade ("fai da me")
    Eh, probabilmente le Operette morali mi hanno fatto male.. ;)
    Ora lascio il posto agli altri suoi lettori, promesso! :D
    Salutoni anche a lei!

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  4. L'Ecclesiaste, essendo un libro sacro, anzi Il Libro, inevitabilmente costituisce le fondamenta. Anzi, l'Ecclesiaste in sè, è un mattone, sia pure forse il più importante, dell'edificio occidentale.

    Ma è solo un mattone.

    Sopra noi ci abbiamo costruito parecchio altro. Anzi, continuiamo a costruirci, ognuno di noi secondo le sue inclinazioni e le sue conoscenze.

    Senza scomodare culture aliene (quelle orientali, tanto per dire) già lo studio della realtà positiva invita l'uomo a provare un friccicore di ottimismo, nello scoprirsi così piccolo, inutile e, alla fine, di nessuna importanza.
    Aggiungi la vanità delle cose del mondo, che l'Ecclesiaste proclama, alla mancanza di un qualunque finalismo e di qualunque teleologia della vita umana e il resto è puro splendore.
    Non è meraviglioso essere di nessuna importanza? Non è assolutamente liberatorio potersi fare assolutamente gli affari propri senza che niente possa accadere?
    Naturalmente parlo della sfera metafisica (roba tipo nascita, morte, aldilà e aldiqua). Perchè la sfera affettiva, quella emotiva, quella dei rapporti di solidarietà umana è tutta nelle nostre mani.
    E, grazie a Dio, ci può bastare.

    PS: se ci pensi, a quest'idea era già arrivato Giacomino ne La Ginestra. Se avesse avuto un potente antidepressivo sottomano sarebbe potuto diventare l'uomo più felice dei tempi suoi.

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