giovedì 1 marzo 2012

Bartolomeo Sacchi, detto Platina

   Oggi, tornato tardi dal lavoro, me ne sto al tavolo da solo, con un piatto di spaghetti al sugo di melanzane e un bicchiere di Chianti. 
Quando mangio da solo, sin da ragazzino, mi faccio sempre accompagnare da una buona lettura. Anche se i saggi vecchi di famiglia mi avvertivano che 'leggere, mangiando, produce alterazione dei succhi gastrici, impedisce la digestione e induce sonnolenza e torpidità pomeridiana'.
C'è stato il periodo del Corriere dei Piccoli, dei Topolini, di Tex, di Dylan Dog e Nathan Never, con intervalli e intermezzi di Metal Hurlant, Linus, Alterlinus, Pazienza, Pratt, Moebius, Manara, Eleuteri Serpieri ed altri, vari e meravigliosi.
  Spesso alternavo, e da qualche anno ormai sempre sostituisco, il fumetto col libro. Cercando, per quanto possibile, di accordare autori e contenuti con il sapore della giornata.
   Oggi, sarà che c'è il sole, sarà che ho lavorato all'aperto, sarà che le melanzane nel sugo profumavano non poco, ho scelto un'agile lettura epicurea: il De honesta voluptate et valetudine (Il piacere onesto e la buona salute) di Bartolomeo Sacchi, detto il Platina1).

Melozzo da Forlì, 1477, Bartolomeo Platina in ginocchio di fronte a Papa Sisto IV

   Il "De honesta voluptate et valetudine" fu stampato una prima volta a Roma da Han tra il 1473 e il 1475 (i più propendono per il 1474), anonimo e senza note tipografiche, e subito dopo, nel 1475, a Venezia (Platine de honesta voluptate et valetudine, Venetiis: Laurentius de Aquila, 1475) con indicazione di autore e note tipografiche. L'edizione più "corretta", fra le antiche, secondo l'italianista Emilio Faccioli, rimane quella pubblicata a Cividale del Friuli nel 1480, prima opera stampata da Gerardo da Fiandra in Friuli. In quest'opera, il Platina trascrive in latino tutte le ricette - originariamente scritte in lingua volgare - di Maestro Martino da Como, il più celebre cuoco del XV secolo, di cui il Platina loda l'inventiva, il talento, la cultura. (Wiki)

   Il gruppo di giovani intellettuali cui apparteneva Bartolomeo era considerato, ai tempi, sospetto se non addirittura dichiaratamente pericoloso: epicurei senza dio, che tenevano opinione chel non fusse altro mondo che questo et morto il corpo morisse la anima et demum che ogni cosa fusse nulla se non attendere a tuti i piaceri et voluptà, sectatori de Epicuro et de Aristippo dummodo potessero far senza scandalo, non za per tema de Dio, sed de la iusticia del mondo, havendo in omnibus respecto al corpo, perchè l'anima tenevano per niente. Et ita non facevano altro che goldere manzando carne la quadragesima, non andar may a la messa, non se curar de vigilie nè de santi et al tucto contempnendo papa, cardinali et la giesa catholica universale2).
   Il Piacere onesto è un ricettario e un manuale di buona vita epicurea, che ci racconta delle abitudini culinarie del XV secolo, dei piatti, gli arrosti, gli intingoli, i sughi, le spezie che rendevano la vita più accettabile, in un ideale percorso di modestia gaudente che è l'interpretazione umanistica del pensiero di Epicuro. Non eccedere nel piacere per non scordarlo e per non esserne ottusi, evitare come morte la contrizione e la penitenza perché il dolore va tenuto come nemico e non, come allora accadeva o si voleva accadesse, a mo' di viatico per la salvezza di un'anima che, si era sul punto di scoprire, semplicemente non c'era.
Ma perseguirlo modestamente, il piacere honesto, perché via saggia e creativa.

In via esemplificativa metto qui la ricetta n. 332 (tradotta dal latino)


 Frittelle di fichi.



Prendi mandorle e pinoli ben pestati, uva passa e due fichi secchi tagliati sottili, un po' di prezzemolo, un po' di uva passa intera, spezie, e mescola per bene. Se l'impasto ti riesce troppo duro e denso diluiscilo con acqua dì rose; poi introducilo in fichi secchi, che avrai aperti in precedenza. Prima infarinali e poi friggili in olio. E un alimento eccellente, giova al fegato e ai reni, fa crescere lo sperma e produce sangue vigoroso, ma è pesante da digerire e fa venire i pidocchi.



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1) Che sia da pronunciarsi Plàtina, da Piàdena (suo luogo natale) o Platìna, da piadìna/piadèna (splendido prodotto gastronomico della sua terra) è un bel dubbio. Se seguiamo la storia e le abitudini della nostra cultura patria sarà di certo Plàtina, vista l'abitudine dei dotti umanisti di nominarsi con il toponimo di origine. Se seguiamo un percorso di analogia gastronomica arbitraria, giocherà meglio Platìna. In entrambi i casi il nome è ricostruzione dotta latina (PL<Pi+voc) di una voce volgare.
Il testo è pubblicato a cura di Emilio Faccioli presso i tipi dell'Einaudi, 1985.
2) da una lettera di A. de' Rossi, inviato del Duca di Milano presso la Santa Sede, in L. von Pastor, Storia dei Papi, Roma, 1911. Citata da E. Faccioli, Introduzione a Il piacere onesto ec, Einaudi, 1985

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