venerdì 30 dicembre 2011

Il racconto del mese - 30.12.2011



Balìn





    Lunga, la vita felice di Balìn, il cavallo da tiro. 

Un cavallo belga vasto di spalle e di terga, dall'arco della schiena insormontabile da un qualsivoglia cavaliere. E dal nome che solo a malapena un filologo col gusto dello spezzino idioma avrebbe ricollegato ad un prosaico Pallino.

  Se ne va, Balìn il cavallo, tirandosi dietro il suo carro di sabbia bagnata e lasciando di sé una scia d'acqua. Quando io ero moccioso incoercibile e mio bisnonno, bauscia, aveva ancora la forza di caricarsi in spalla due sacchi di carbone, e di portarmeli su, insino al quarto piano. Quanti anni avrò avuto, quando mi accorsi per la prima volta che quello era il tempo del cavallo Balìn? Quattro? Sei? Dieci? Non so, nessuna istantanea è rimasta a schiarire la memoria. Comunque c'era già ben prima che ci fossi io, a vagire a pieni polmoni salutando il mondo che salutava solo me. E continuò ad esserci anche ben dopo i diciotto, o vent'anni.
   Era un mondo di canzoncine di una radio a valvole che prometteva meraviglie: Roma1, Milano2, Londra, Mosca, Glasgow, Limerick. Limerick? Iniziai a essere curioso di geografia, a quel tempo, che sapevo a mala pena leggere quel Limerick. E da lì, la sera ben dopo le otto, arrivavano voci misteriose di lingue slave, angle, ugrofinniche. Io smanopolavo, beata innocenza, con la stessa compitezza di un ribelle in cerca del triplice bong di radio Londra, di cui nulla sapevo. Non avevo nessun complice, però, tranne la radio con gli sfrigolii e gli scrosci. E non mi giunse nessun la nonna ha preparato le frittate per i nipotini, o simili, a sussultare nel mio cuore di resistente.
   Troppo giovane, per fortuna, tanto la famiglia aveva già dato (avemo zama' da', fanti) per rinsanguare le brigate partigiane vittrici, e aveva anche immolato più di un paio di anime alle bombe incendiarie di quei malandrini, orbi e targetless degli angli.
   A quel tempo era troppo giovane, e proprio squattrinata,  la famiglia, anche per portarsi in casa la TV, grazie a Gesù: storie, quasi da archeologia prepaleolitica.
Era, anche, un mondo che quando veniva primavera te lo dicevano gli zefiretti d'aprile dalle finestre socchiuse e le tende economiche a strisce rosse, di rayon ignifilo. 
Ah!
Le sigarette appoggiate con la loro brace rossa alle rosse striscioline, come per attrazione dei simili, a lasciare circoletti perusti! Quando si guardava dalle finestre, come se fosse una felice valle degli orti, quei pochi cento metri sino ai colli!




   Balìn viveva e trascinava il carro pesante e vòto della sua vita su e giù per quel mondo, lungo un canale già opaco e pure allignante anguille e lucertole, vulgo lessoe, e topacci lunghi un gatto. 
E quando passava Balìn, i cani abbaiavano e i gatti soffiavano, anche quelli con un occhio solo e i figli sparsi per il mondo, e le galline, non mi ricordo positivamente, ma sono sicuro, chiocciavano, e starnazzavano le anatre. Perché Balìn, che pure nulla diceva, ne era il sovrano riconosciuto ed inviso.
   Balìn con la criniera bionda e il pelo fulvo e le cosce che neanche un prosciutto cosmico.
   Balìn non li guardava, vuoi perché due ostili pezzi di cuoio gli fasciavano la vista, a destra e a sinistra, vuoi perché, compreso nella sua parte, e nello sforzo che gli inclinava il collo, con animalesca sprezzatura andava.
  Balìn sofferiva il titanico sforzo e le male parole del carrettiere: sapeva che egli carrettiere era solo un'appendice del carro inanimato, e difatti non mi ricordo il nome, del carrettiere e del carro. E così, filosofo, attendeva davanti all'osteria buono e immobile come un acquerello inglese, quando il padrone appendice si andava a cercare motivo di vita sbronzandosi di santa ragione, e noi gli si poteva avvicinare come a un papà.


   Quando Balìn andava all'osteria, mancava poco all'ora di cena, e il sole non era ancora tramontato.
  Quando Balìn andava all'osteria non muoveva neanche la coda a scacciare le mosche.
   Però se usciva da una casetta di canto alla strada la mitica Figadiferro, puttana attempata, allora anche Balìn faceva una mossa come a volgere il collo e a prendere la mira con i due pezzi di cuoio. Perché la mondana ferrigna sembrava piuttosto una Medea, ora me ne accorgo, con gli occhi blu flammiferenti e il capo anguicrinito. Una maliatrice, sembrava, e tanto era secca e sfinita che se voleva vivere (e praticare le sue arti, qualcuno dipoi avrebbe detto, sin sull'orlo della tomba) doveva di necessità scarnificare i malcapitati, di notte, succhiandone le linfe vitali.
  Allora Balìn, un po' in anticipo sui tempi nostri di novelle invereconde belle e bestie cinematoporniche, si turbava, ma appena, come dall'alto del suo averne viste tutte. E scrollava la groppa come con un brivido.

  Naturalmente Balìn non era virile: quella massa di carne non si mette su impunemente. Io, in verità, ricordo due ovali poderosi, là per là, ben dietro il basto, ma su questo particolare potrei confondere la realtà con il mito, mentre sull'infecondità di Balìn non ci piove. 
   E se si fosse ingrifato dietro una qualche sognata cavalla, non avrebbe forse sfondato basto, carro e carrettiere e persino i ponti della ferrovia? Di qui la prova ultima e definitiva, che infatti i ponti della ferrovia sono ancora lì, se volete andarli a vedere.
  La meretrice, peraltro, non vedeva la maestà del cavallo e correva a bere coll'umano carrettiere, e mi immaginavo cose tremende a sentire i risolini venire dall'osteria del Pavone. Luogo turpe oltre ogni dire se poi, quando il mondo iniziava a svanire come una nebbiolina o come l'antenna della Rai, tra le nubi, al termine delle trasmissioni ormai iniziate, se poi, dicevo, un orribile vecchiaccio veniva regalando ai parvuli de cui ego, giornaletti e riviste ove, ecco lì, si scoprivano i perché degli sguardi di Figadiferro. Ahi, che noi si andava là a veder giocare a boccette, ignari, e ti trovavi che il mistero fondamentale diventava greve come un pranzo di crésima maldigerito, e una chiusura di voglia di vivere t'assaliva che neanche se ti avessero ridotto come l'evirato Balìn.

   Guardami, vecchiaccio sdentato e, tu sì, bauscia, e dimmi se arrostiscono bene le fiamme in cui dovranno pure essere involti i corruttori di oneste gioventù! Come te la passi, ora che, morto, risogni il Monteverdi con gli abbonamenti alle compagnie di varietà grassocci e scosciatelli? Tu che ti sei perso, nemesi per la tua brutta faccia, l'era del videotape?
Oh, bè, lasciamo il vecchiaccio.

 Balìn, in fondo, non curava la puta che non lo vedeva, e aspettava per riprendere il cammino mentre le ottime massaie dalle sue mosse deducevano il buttare la pasta, come da un orologio che non perdeva un colpo.
   E chissà se le ottime massaie la invidiavano un poco, Figadiferro: tanto piccolo era il nostro quartiere che quella te la trovavi anche nella minestra, a saperci guardare. Quindi, lo sai lo sforzo delle oneste donne a voler ignorare un tale monumento alla lubido umana! E quanti mariti si sarà slombati la trivia e quadrivia, quando erano ancora fantetti con due lire in tasca? La democratica Fdf che praticava prezzi modicissimi ai pensionati indigenti e sdentati? Non mi guardate così: il bisnonno non era sdentato, ed aveva una moglie che gli avrebbe rotto il portacoda.


   Poi ce n'era un'altra, di puta, però era assai più giovane, di colorito florido e roseo, che si portava avanti due bambini belli come il sole. I figli della puttana. Che proprio perciò io, che conoscevo tutti i ragazzini, nel quartierino microcosmo, ignoravo. E lei, infatti ed altresì, forse perché non praticava sconti, o perché era bella come una stella, era come un bruscolo nell'occhio dell'amato quartiere di Rebocco. E difatti batteva al di fuori, o al di dentro, cioè a casa sua, ma insomma non era un fatto pubblico.
   Come la vidi? Da chierichetto. Col prete si visitavano tutte le case, da quelle vicine all'acquedotto - cadenti, con la faccia scrostata, vuote e immobili - abitate di necessità da malvagi subumani, sino alle villette borghesine e tanto carine, con canarini e cagnolini.
   A volte non ci facevano entrare:
_ Chi è?
_ Benedizione del Signore!
_ No.
_ No cosa?
_ No e basta. Se ne vada.
   Nei condomini, dico, dove c'era maggior turn-over e la gente viene da fuori, diceva il prete, e si portava con sé il suo satanasso. A volte non rispondevano neppure e per il prete era sempre gente che veniva di fuori. (A quel tempo il pensiero che ci fosse una casa sfitta era pura follia).
   Per lo più, invece, ti aprivano e se la casa era linda e pulita ci rimanevo male, perché noi, grazie a dio, siamo sempre stati una famiglia disordinata, e forse allora di questo soffrivo. Se la casa era povera e fredda e squallida, allora soffrivo di più ancora, perché la miseria offende sempre, anche un bimbetto che non guardava la TV e che non misurava la sua felicità tenzonando cogli angioletti del Mulino Bianco. Oltretutto si vedeva che il prete si trovava a suo agio nella decorosa pulizia dei suoi parrocchiani migliori, quelli ai quali neppure una volta gli toccò di portare un pacco dono, incombenza a lui sempre sgradita. Insomma, anche il decoro e la pulizia erano, a quel tempo, doni di dio a chi se li meritava, e non risultati dello Spic&Span.
   Però quando vidi per la prima (e ultima) volta quello splendore di puttana, fu diverso. La casa era vecchia, affogata tra altre uguali. L'androne polveroso e buio si apriva su un vicoletto senza nome. Solo salendo, oltre il secondo piano almeno, si iniziava ad intravedere un barlume di luce e non era necessario suonare i campanelli alla cieca.
   Oltre il terzo qualche lama azzurrina dava vita ai corpuscoli polverosi, e a me sembrava l'occhio di dio tra le nubi dopo una tempesta - "oh! Tu che di dio sei il portavoce, tiraci fuori da questo buio polveroso", probabilmente pensavamo noi chierichetti. Gli appartamenti - i tuguri - avevano sempre qualcosa di doloroso, fosse pure una vecchia semiparalitica sulla sedia a rotelle, nella penombra di un angolo, o una massaia grassa e anfante, o un sentore come di verdura cotta.
   Oltre il quarto piano si vedeva un lucernaio ampio e sporco. La luce, però, vinceva l'incrostazione fuligginosa e insomma faceva un bel vedere. Noi chierichetti si sorrideva di nuovo, tintinnando il sacchetto in velluto nero delle offerte, col prete che si teneva la veste come una donna e sbuffava e sibilava.
   Poi, in cima in cima, era come se il palazzo non ci fosse più. Si usciva all'aria aperta, su un portichetto o un lungo terrazzo, non ricordo, tutto pieno di vasi di basilico e prezzemolo e rosmarino e, ancora, gerani baciati dal sole fresco di maggio. Mi sembrava di essere in campagna, a casa dei nonni, durante le vacanze estive e non in città, tra estranei, durante il tempo grigio della scuola. Da lì si vedevano solo i tetti rossi e brillanti, se proprio volevi guardare in basso. Ma come sottoministro aggiunto in prova di dio, io, in quel momento, guardavo in alto, e tra me e lui c'erano solo voli d'uccelli.
  Avrò avuto anche la bocca aperta e gli occhi sgranati, presumo, e il prete bussava a porte a vetri ove, sommo stupore, pendevano tendine economiche rosse, a striscioline di rayon ignifilo, e pure sbruciacchiate, chissà.
   Ora sbirciavo un po' su ed un po' giù, verso il pozzo buio dal quale eravamo saliti, quando uscirono da una porta due bambini biondi. Mi ero già quasi innamorato della bimba, trecce d'oro, e pensavo: "Don Oscar, questi vengono da fuori, vero? Dove tengono nascosto il loro satanasso? Così belli non possono avere un satanasso nascosto, non è vero Don Oscar?", quando mi apparve la madre.
   Era alta alta e dolcemente rotonda, con i capelli trasparenti che si vedeva il basilico attraverso, con gli occhi azzurrissimi, bella da far star male. E infatti Don Oscar aveva preso a star male. Benedisse veloce, mentre lei sorrideva e ci faceva strada, e io guardavo Don Oscar pensando: "Dì, ma la vedi com'è bella?".  E poi guardando l'altro chierichetto continuavo a pensare, tra me e me: "Dì, ma com'è che non la conosco? Non conosco nessuno di così bello a Rebocco".
   La bionda dolcissima e nella mia fantasia tutt'altro che puttana ci faceva strada e ci faceva strada, scostando una tenda - "Oh signore benedici questa casa ..." - ed aprendo una porta - ... e i tuoi figli che la abitano ... - e chiamando i bambini a prendere qualche goccia d'acqua santa, lei che non li portava mai in chiesa - ... e poni su di loro la tua mano, sì che li possa proteggere ... - e io la guardavo perché lei sorrideva a labbra chiuse, un sorriso di partecipazione alla sofferenza, lei che non soffriva - ... e preservare dal peccato ... - e cercavo invano anche solo un segnicolo della passione umana che regnava su tutto quel palazzo, e sul nostro Rebocco, e poi anche sul mondo tutto, se mi passate l'amplificatio a posteriori - ... e dalla battaglia che l'Impuro sempre ci muove".
   Poi, naturalmente, quando Don Oscar si fu ripreso, rispose alle mie domande, in verità più banali e infantili, espresse in povere parole, delle immagini angeliche che i miei pensieri venivano dettandomi.
  E allora si seppe la verità. Non solo era puta - "Come Figadiferro? Ma sei sicuro?" - ma pure puta di fuori. Probabilmente polesana, o istriana - ho capito solo molto dopo cosa volesse dire.


II


   Intanto Balìn continuava ad andare lento ed imperturbabile, e pure, mi sembra oggi, iniziò a farsi vedere sempre meno: diciamo che spesso ci lasciava qualche giorno ad aspettarlo, sul ponte del canale sempre più puzzolente.
   Poi arrivava, e noi si pensava che tutto stava procedendo nel migliore dei modi, cioè quello solito. Però non ci potevamo più fidare di lui per l'orario, ed infatti andai a tirar fuori da un cassetto l'orologio che avevo avuto, tra l'altro, alla comunione - o alla crésima. Era iniziata la mia personale era tecnologica: lo stato di beata innocenza, forse, se mai ha avuto termine, finiva proprio lì.
   Giunse anche il giorno che non si fece più vedere. Io, con l'insensibilità dei ragazzini, quella che ti fa dimenticare tutto subito, e, in definitiva, sopravvivere, me ne dimenticai. Pensai, probabilmente, che fosse morto: schiattato dal peso del carico no, questo non lo credeva nessuno. Né si pensava che potesse essere finito sotto un camion - sotto?, contro, piuttosto - o un treno. Anche se più smaliziati, pensavamo però che non ci fosse niente di abbastanza grosso da poter metter sotto Balìn. Piuttosto si pensava che qualcosa di molto piccolo lo avesse finito, una malattia o che so io.
  Allora altri miti entrarono nel nostro immaginario sfrenato, e questi miti assomigliavano sempre più a quel che si vedeva intorno, quando si aveva la fortuna di andare in giù, cioè a dire in città, e spesso questi miti novelli portavano minigonne e calzine bianche d'inverno. Alcuni invece si persero definitivamente, e le loro erano fantasie di palloni, di gare, di motori, di bielle, di grasso e di puzze varie.
   Poi venne anche il tempo del liceo, e con esso anche qualche lettura di troppo e qualche chiacchiera sovrabbondante, la sera in birreria. E poi mi trasferii in giù, cioè in città, nel centro della città. E non mi lamentai, anzi, ne fui contento, perché tanto a Rebocco avevano ricoperto il canale e Figadiferro doveva per forza essere morta, il Pavone era diventato rispettabile, la bionda altra puta non l'avevo più vista e così via, ad esser brevi e sommari. Al polso ora avevo un orologio al quarzo, e l'era tecnologica s'era trasformata in era hi-tech.
   Ma le letture e le chiacchiere in birreria mi mettevano addosso un formicolìo, come un continuo scuotere di ginocchia, come una voglia di saltare a pie' pari tutto quel pigolìo di vita e tornare a vedere il mio Balìn. Lo dico ora, questo, perché quando ci tornai, a Rebocco, era per tutt'altri motivi e sicuramente prosaici.  Comunque, e pensate pure quello che volete, andai dritto dove il subconscio voleva, mi ci indirizzai come una freccia. Andai alla stalla di Balìn, anche se non avevo la minima idea di dove fosse.
   Immaginate sentire un profumo di merda equina in un quartiere ormai tutto lindo e lustro, in una stradina un po' fuorimano, va bene, anzi, quasi nascosta come una scappatella il giorno del matrimonio, immaginate di vedere una porta di legno, verde e scrostata, una porta che si apre su un buio caldo di belva appena assopita, pensate ad un carro marcio in un angolo, con le ruote ridotte ai cerchioni di ferro e immaginate, se ci riuscite, immaginate di vedere il Balìn che non si era mai voltato in vita sua, il Balìn scultura immobile eretta a se stesso, immaginate che si giri una volta verso la porta, un po' come una divinità in disuso.
Non era stato un camion, dopo tutto.

Testo di LAV/gigionaz


PS: Balìn si legge con l'accento sulla i. Niente a che vedere con personaggi delle mitologie nordiche o arturiane. Men che meno col figlio di Fundin, compagno di Gandalf e di Bilbo Baggins nell'Hobbit, capitolo iniziale della saga di Tolkien.

3 commenti:

  1. Ma come ho fatto a non commentarlo?!
    Qui! Qui c'è il meglio di lei! Il dolce rimembrare di un passato remoto, ma denso di particolari quasi fiamminghi a cui si aggiugono gli ornamenti di dolci figure allegoriche. Il suo mondo, che può essere quello di ogni altra persona, immerso in una dimensione ironico/nostalgica. E' fantastico! E' questo l'esempio (uno dei tanti) perfetto che mi porta a contemplare il suo modo di scrivere e a continuare a seguirla. Compliments! Un inchino..
    P.S: mi ha ricordato il mio Balìn.. :)

    RispondiElimina
  2. 8O)))Perdinci! Allora, se mi prometti di diventare il mio esegeta personale, inizierò a scrivere davvero! Un abbraccio, vecchia roccia.

    RispondiElimina