venerdì 4 novembre 2011

Il racconto del mese - 02.11.2011



Il cosacco




_ Gli alleati erano sotto a quella linea, vedete, da Fornaci di Barga in giù, lungo la vallata del Serchio. Era la linea gotica, quella. Tagliava in due la vallata, di modo che quello di Fosciandora che aveva la morosa a Castelvecchio non aveva di che stare allegro, no davvero.

Il paese, vede, è disposto sul fianco di quella collina isolata, quasi in cima. Così che i tedeschi e gli americani lo consideravano un posto d'importanza strategica. 
Insomma, c'erano i tedeschi, in paese. Più o meno un maggiore della Wermacht e un capitano delle SS. Poi soldati che andavano e venivano, verso la cresta, quella lassù, a circa ottocento metri. 
Là avevano delle linee fortificate, credo, con un po' di cannoni di grosso calibro e qualche postazione di artiglieria antiaerea. E infatti, ancora adesso, ogni tanto, qualcuno che va a funghi riporta un elmetto, una granata o un proiettile. 
Il paese era, in realtà, soltanto un buon serbatoio di manodopera italiana, e un luogo dove tenere i prigionieri di guerra. Quelli addetti ai lavori di fatica.
Il paese non era molto diverso da adesso. Neanche la gente. Ce n'era un po' di più, sì, e anche gli sfollati che erano venuti su da ogni parte: da Lucca, da Pisa, anche da Spezia, se avevano dei parenti. Comunque, taglio corto; tanto di queste storie sono pieni gli annali patrii e la scena se la può immaginare chiunque.


C'era una ragazza, in paese. Clorinda, mi pare si chiamasse. La Clori. Sa, qui, a quei tempi, si chiamavano Augusta, Adele, Assunta, Neste, Filiberto, Orlando, o anche Pio e Pietro, Agamennone, Elettra, Olimpia, Nardina e così via. Anche Meri o Pita, se avevano qualcuno emigrato in America. Credo che in parte fosse merito dei cantastorie.
Era una bella ragazza, di natura piena e mora. Un po' strano da queste parti, dove anche oggi la bellezza non si spreca. 
Ai tempi della guerra poi si faceva un po' di fame. No, forse la fame vera no. Però ancora oggi se qualcuno mi parla di castagne... Orribile, dolce e pastosa, tutti i giorni polenta di castagne: "Mamma che si mangia?" "Polenta di castagne." E mi passava la fame del tutto, anche se prima mi si intorcigliavano le budelle.

Lei era una bella ragazza, comunque. Viveva con i vecchi genitori, e uno zio. 
Il Pietrola, lo zio, era quasi un miracolato di guerra. Teneva le pecore e cercava di non farsele rubare dai tedeschi. 
Ogni giorno gli alleati tiravano dalla valle: due volte, verso il mezzogiorno e alla sera. In mezzo non ce la cavavamo mica male. 
Un giorno che il Pietrola era fuori con le pecore, in un campo in mezzo al paese, la sorella gli fece: 
_Guarda che tirano.
_Non tirano, troppo presto.
Avevano iniziato a tirare subito. 
Poco male, dovette pensare il Pietrola, tanto mirano lassù in alto. 
Invece un proiettile, o uno spezzone, era caduto proprio in mezzo al campo. Mi ricordo che ci fu un gran fumo e un botto. La gente aspettò giudiziosamente che il bombardamento finisse, circa mezz'ora. Poi uscimmo tutti correndo verso il campo. 
C'erano pezzi di pecore su tutta la facciata delle tre o quattro case lungo la strada, davanti il campo. Il fumo s'era già dissolto e nel campo rimaneva solo una fossa. Le pecore erano tutte o morte o scappate. 
C'era già chi aveva iniziato a cercare qualche cosciotto, quando il Pietrola era uscito dal buco. Aveva tutti i capelli strinati e la camicia strappata, a brandelli. 
Però era lì e diceva: 
_Son vivo o son morto?
Si toccava da tutte le parti. 
_Son vivo o son morto? Marietta, son vivo? Dimmelo, Marietta...
Non solo era vivo. Praticamente illeso. Si misero tutti a ridere, me lo ricordo bene: ce n'era uno con un pezzo di costola di pecora e la faceva sobbalzare tutta dalle risate, imbrattandosi di sangue. Sembrava lui il miracolato, non quel buon uomo laggiù nel campo, che si toccava e era l'unico a non ridere, perché non aveva ancora capito se era il Paradiso, quello, dove c'erano tanti angeli vestiti come i suoi paesani, o l'Inferno, e allora voleva dire che erano proprio morti tutti.



Tra i soldati c'erano anche dei russi. Cosacchi, credo. Uno, in particolare, doveva essere mezzo asiatico. Era un marcantonio, alto alto, e robusto. Teneva i capelli sempre unti e riuniti in un codino come i cinesi. Aveva due baffi lunghissimi che ornava verso la punta con treccine e roba colorata. Però era un bel ragazzo, sui venticinque. 

I tedeschini della fanteria ne avevano anche un po' timore. Oltre a questo, era il boss tra i suoi. Faceva proprio paura a tutti. 

Clorinda l'aveva notato subito. E lui aveva preso a seguirla per ogni dove. Sembrava quasi le facesse la scorta, dato che per un bel po' non le parlò nemmeno. 

Quando la Clori usciva per fare l'erba ai conigli, e andava al principio del boschetto, a cogliere le acacie, lui la seguiva a circa venti metri. Poi si sedeva sotto un albero e lavorava un legnetto col suo coltello. Più che un coltello sembrava un pennato con la punta diritta, tanto era grosso. Quando lei passava, al ritorno, con la fascina dei rami sulla testa, e teneva gli occhi fissi a terra sorridendo, lui le faceva un ghigno, come a ridere, e metteva in mostra i denti bianchi, da tigre. 

Però non diceva niente. Probabilmente perché sapeva solo qualche parola di tedesco.

I paesani, che all'inizio erano tutti preoccupati, non ci facevano più caso, ormai. Anche perché, nessuno osava incrociare lo sguardo con quell'unno.

Comunque poi dovette succedere qualcosa tra i due, perché allora il soldato aveva iniziato a farsi più da presso alla ragazza. Le portava, in silenzio, il secchio d'acqua della sorgente sino a qualche metro dall'aia di casa, le fascine e così via. Lei lasciava fare. Qualche volta le fece trovare un coniglio selvatico appeso alla porta, un'altra addirittura un tasso.
Alla fine, dopo circa tre mesi, era primavera mi sembra, iniziarono a parlarsi. 
Una volta mi ricordo che lui le disse che la voleva sposare. Aveva avuto bisogno di un tedeschino giovane giovane che gli facesse da interprete. 
Allora avevano preso a scherzare, con grande scandalo e segni di croce delle donne del paese. Gli uomini scuotevano la testa.
Una sera i cosacchi erano seduti in piazza e le case erano tutte arrossate dal sole al tramonto. Lui era particolarmente allegro e rideva - cosa che faceva di rado. Ad una sua profferta, forse un po' sconveniente, vallo a sapere, lei fece: "Tu, Scheiße", come a dire: sei una merda. Lui rise e le rispose: "tu domani kaputt! Capire? Domani kaputt!", e faceva il gesto, col coltello, di tagliarsi la gola. E ridevano tutti.

Poco dopo ripresero a bombardare. 
Ci fu anche uno scontro aereo: due caccia alleati seguivano tre stukas. 
Gli stukas erano più lenti, però avevano i mitraglieri di coda che impedivano ai caccia di farsi troppo vicini. 
Immaginate la scena. Quelli si davano battaglia a bassa quota, sul fiume, e sparacchiavano da tutte le parti - nella sera si vedevano già le strisce colorate. Noi, dai terrazzi e dalle finestre, ci guardavamo tutto dall'alto. Si faceva anche il tifo. 
Ogni tanto ci passavano sopra fischiando, risalivano la montagna, volteggiavano e tornavano giù. 
Ad un certo punto uno stuka e un caccia erano a fuoco e cercarono di andarsene ognuno per conto suo. Un altro stuka se n'era già andato, forse aveva finito le munizioni, o che ne so. L'ultimo caccia era in coda all'aereo tedesco. 
Si impennarono. A quel punto Clori disse: "A quell'inglese gliel'auguro io la buona fortuna! Io ce l'ho la buona fortuna!" E prese un fiore che teneva in mano e lo buttò in aria, verso il luogo dello scontro. 
Lo stuka era salito in su e non ce la faceva più, il motore sembrava si dovesse fermare, e allora picchiò. Il caccia inglese, doveva essere uno spitfire, si buttò in picchiata pure lui. Sparò e sparò, una mitragliata che non aveva fine, e continuò a sparare anche quando lo stuka fu colpito e scartò di lato. Il pilota inglese virò per seguirlo, credo, e poi attraverso il fumo dello stuka vide la montagna, con il foro nero della galleria ferroviaria. Non ce la fece a cabrare e finì a sfracellarsi in una fiammata. La Clori aveva gli occhi sbarrati.


La notte gli alleati bombardarono, forse per rappresaglia. Gli stukas dovevano aver colpito le loro postazioni. Tirarono prima dei proiettili traccianti. Più di uno centrò il paese. Loro aggiustavano il tiro. 
Quando l'ebbero aggiustato abbastanza, si poté andare a vedere se c'erano dei danni. Dalla casa della Clori uscirono il Pietrola e la Marietta. Gridavano. Un tracciante si era infilato nel camino, era rimbalzato sui muri di tre o quattro stanze ed era andato a tagliare di netto le gambe della Clori, all'altezza delle ginocchia. Poi ci fu qualcuno che disse che, prima, era passato attraverso ad un grosso armadio, e aveva stracciato tutti i vestiti della Clori, e solo quelli. Ma questo probabilmente è un'esagerazione della memoria paesana.
La Clori morì poco dopo. Il medico del paese cauterizzò i moncherini, ma intanto Clori aveva già perso troppo sangue. Il dottore, tra l'altro, fece la stessa fine, o giù di lì. Dopo poche settimane fu ferito da una scheggia alla gamba destra e gridava: "tagliatemi la gamba!", ma nessuno se la sentiva e così morì di gancrena. 
Per la Clori, qualcuno disse che tutta la buona sorte della famiglia l'aveva già spesa lo zio, e lei ora pagava la differenza.
La mattina il cosacco andò ad aspettarla alla fonte, e poi al boschetto, e poi scese in paese e ci guardava tutti come dire: "beh? Si sente male?". Non mi ricordo più chi trovò la forza di andare da quegli occhi perennemente assatanati per dirgli cos'era successo.
Il funerale si fece subito. Tra il bombardamento del primo pomeriggio e quello della sera.
A mezzogiorno, già si aspettava il bombardamento, portarono in paese il cosacco. Aveva la giacca aperta e sul collo un taglio da cui uscivano come dei maccheroncini bianchi. Si era tagliato la gola con quel suo tal coltellaccio, davanti a una catasta di legna, una pira sacrificale. si sarebbe detto, come se fosse stato in un antico rito tribale: anche l'ufficiale tedesco non sapeva che pesci pigliare.



testo di LAV/gigionaz, foto 1 2

8 commenti:

  1. Mi hai fatto venire in mente gli Amori difficili di Calvino.
    Per tutto quello che si riesce a capire senza spendere manco un fiato.

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  2. Grazie, carissima. E' un complimento bellissimo. Me lo terrò caro. :)

    Devo confessare, però, che quanto scritto corrisponde alla lettera (tranne qualche nome laterale), dettagli compresi, a un evento accaduto a Fosciandora (Lucca) durante l'offensiva alleata, nella II guerra mondiale.
    Tutta la storia mi veniva raccontata dai miei bisnonni, che l'avevano vissuta, quando io ero proprio piccolo.
    Ogni tanto gli si diceva: Nonna, racconta della Clori! E lei riniziava.
    Mia nonna era nata nel 1892, suo marito nel 1888. Morirono più o meno nel 1978.
    Per cui me li sono goduti un bel po'.

    Questa è una delle numerose storie con cui si passavano le sere, anche in periodo di Rischiatutto (cioè... si mangiava, si guardava Rischiatutto e poi ci raccontava) :)

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  3. Ciao mi chiamo Luca, vivo a Firenze ma sono nato a Fosciandora e sono
    rimasto sorpreso quando, facendo una ricerca su internet , mi sono
    imbattuto in questo racconto. Solamente poche persone, anche a
    Fosciandora, si ricordano della sfortunata Clorinda. La breve storia
    colpisce nell' animo e gia' per questo va elogiato chi lo
    rende pubblico seppur romanzato e con diverse inesattezze storiche.
    Averi piacere di raccontare la vera storia di Clorinda, ferita
    gravemente in quella notte di guerra e morta qualche giorno dopo
    nell' ospedale di Minucciano il 9 gennaio del 1945.
    Clorinda Nardini aveva 22 anni ed era figlia di Vittoria Iacopucci e
    Giovanni ( Gianni ) Nardini. Aveva 6 fratelli, Giannina, la piu'
    grande, Pellegrino, Venturino, Valerio, Pio e Leda, la piu'
    piccola. La ragazza normalmente viveva, con i fratelli ed i genitori a
    Migliano, una frazione di Fosciandora, presso il podere della Chiesa
    dove la famiglia era contadina della curia. Aveva una storia
    sentimentale in quanto era fidanzata ufficialmente con Celestino
    Bonugli, un ragazzo della frazione vicina di Lupinaia. Nei racconti
    del tempo noi si riporta di nessun gruppo di cosacchi tra' le file
    della Wehrmacht stazionanta a Fosciandora tranne che per un individuo
    soprannominato, dagli abitanti del paese, Pietro il russo. Un
    personaggio che ha terrorizzato tutta la comunita'. Probabilmente
    era un Ucraino alleatosi nelle file dei tedeschi al tempo dell'
    invasione della sua terra. Dopo la ritirata di Russia , probabilmente
    oer non farsi ammazzare per tradimento, aveva seguito le truppe
    tedesche ed era finito in Italia. Al momento del nostro racconto era
    probabilmente uno sbandato, diciamo pure un brigante, che faceva
    scorrerie nei paesi e frazioni dell’Appennino con un piccolo gruppo di
    suoi complici. Spargeva il terrore dove passava, violenza , prepotenza
    e furti erano all' ordine del giorno. Proprio a Migliano avevano
    provato ad ammazzarlo in una casa ma la bomba a mano che gli
    lanciarono contro non esplose. Fu ucciso qualche settimana dopo da un
    boscaiolo il loc. Renaio nel comune di Barga. Non credo pertanto che
    un individuo come lui possa aver instaurato una relazione con una
    giovinetta del luogo, visto anche quei tempi dove , per un giovane,
    gia' sposare o corteggiare la ragazza di una frazione limitrofa
    era osteggiata dai giovani del luogo. Inoltre questo Pietro non
    stazionava in paese ma si nascondeva nei boschi visto che anche i suoi
    ex camerati tedeschi, se l' avessero acciuffato lo avrebbero
    passato per le armi.

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  4. Quella notte tragica Clorinda era andata a dormire
    dalla zia Olimpia a Fosciandora. La decisione era stata presa
    perche' la mamma di Clorinda, sorella di Olimpia, si era accorta
    che il marito di quest' ultima spesso la picchiava. Pertanto ,
    onde evitare che cio' accadesse di nuovo aveva pensato che, con la
    nipote in casa, questo non fosse potuto succedere. Per tenere
    compagnia a tutti e rallegrare l' ambiente penso' di manda a
    dormire con Clorinda il nipotino Bruno di appena 5 anni, figlio della
    primogenita Giannina.
    Quella tragica notte la ragazza , il nipotino e
    la sorella Giannina, in un lettone, dormivano assieme nella cantina.
    Il posto era sicuro dai bombardamenti e, a tappare la piccola finestra
    che dava sull ' esterno, era stato messo un sacco di sabbia. Ma
    quando il tuo destino e' scritto neanche un muro in cemento armato
    avrebbe potuto salvarla. Da un esplosione esterna alla casa una
    scheggia si infilo tra' il sacco e la finestra colpendo sia il
    bambino che la ragazza. I particolari dell' esplosione ed il
    relativo terrore e' ricordato da Bruno, seppur piccino, con
    lucidita' sbalorditiva che meriterebbe un trattato a parte. Fatto
    sta' che fu subito chiamato il medico che constato' la
    gravita' della situazione disponendo, per il bambino il ricovero
    urgente all' Ospedaletto della Madonna della Stella in loc.
    Migliano mentre per la ragazza, vista la ferita ancor piu' grave
    l' Ospedale di Minucciano a parecchi km di distanza. Prima che
    iniziasse il trasporto il medico di cui non ricordo il nome ma sposato
    con una signora di nome Peruzzi si allontano' un attimo dal gruppo
    per andare a fare un bisogno fisiologico vicino il forno dell'
    abitazione. In quell' istante un altra granata esplose li vicino
    uccidendolo sul colpo. Non ci sono Parole per descrivere la
    gravita' e concitazione di quel momento. Il padre della ragazza,
    Gianni, la segui in quel viaggio ma i medici, per la compromissione
    dell' arto, decisero di amputarle la gamba. La giovane aveva
    ripreso conoscenza e in quei giorni disgraziati supplicava il padre
    di riaccompagnarla a casa. Purtroppo lo stato della ragazza si
    aggravo' e come abbiamo visto il 9 gennaio spiro' in quel
    desolato Ospedale della Garfagnana. Il suo corpo fu riportato a
    Fosciandora dopo il passaggio del fronte e la guerra quasi finita.
    Quel giorno il padre , alcuni amici e lo Zoppo della Madonna
    proprietario di un mulo con un barroccio attaccato, si recarono in
    loc. Ponte di Ceserana dove avevano appuntamento con un camion che gli
    avrebbe trasportato la salma fino ai piedi del paese. Arrivati nel
    luogo prestabilito aspettarono un bel po' ma il mezzo non arrivava
    fino a quando scorsero, vicino alla stazione diroccata una bara o per
    essere piu' precisi quattro tavole inchiodate a mo' di bara.
    Il conducente del camion, probabilmente perche' aveva altre
    commissioni , l' aveva scaricata li, come un sacco di patate o
    come una catasta di legna da ardere. Chiaramente un comportamento del
    genere non merita nessun commento. Ancor oggi Clorinda riposa nel
    cimitero di Migliano dove una foto immortala una bella e sorridente
    giovinetta con i capelli mori e il viso dolce. Questa storia me l'
    ha sempre raccontata mia nonna Giannina e mio padre Bruno, il bambino
    ferito dalla scheggia della bomba in quella notte d' inferno del
    1945. Un abbraccio Luca

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  5. Che cosa meravigliosa è Internet se permette questi cortocircuiti.
    La mia memoria del fatto e di Clorinda deriva dalle lunghe serate passate coi miei bisnonni, Augusta Moroni in Raffaelli e Umberto Raffaelli, che avevano casa e parte della loro vita a Fosciandora (dove io pure ho avuto i momenti migliori sino ai 18 anni). In particolare proprio l'Umberto aveva abitudine di passare le sue serate - quando noi glielo chiedevamo - a raccontarci della guerra. Lui intesseva il racconto e le donne - sua moglie e sua figlia - facevano il controcanto, di precisazioni e di 'ma no, Umberto, ma no!'.
    La storia di Clorinda era una delle mie preferite. Avevo tra gli 8 e i 16 anni, allora e, di certo, ho convertito alcuni punti del racconto al mio bisogno mitopoietico del momento. Ma non ho inventato nulla. Tutto deriva dalle parole dei testimoni, comprese le picchiate dei caccia e il massacro delle pecore. Anche la storia dei vestiti distrutti e della liason con il Cosacco deriva dal racconto della Augusta (era una storia 'femminile' che l'Umberto stava perlopiù a sentire)su memorie di certo amplificate.
    Sono felice che questa cosa continui a vivere, grazie a te. E attraverso le tue precisazioni e i tuoi dati torni ad essere storia vera.
    Ti ringrazio immensamente e mettiti pure in contatto con me quando volessi.
    Un saluto e un abbraccio

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  6. PS: se gironzoli qui nel mio blog ti capiterà forse di incontrare altri spezzoni dei miei ricordi di Fosciandora-Migliano. :)

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  7. Ciao Gianandrea, hai ragione,che cosa meraviglioa e' internet! Tu , forse, non ricordi ma io e te abbiamo giocato assieme in quel di Fosciandora, stavamo vicini di casa. Ricordi Angela, mia sorella, Marzia, Silvia, Franco.
    Mi ricordo benissimo di te e tua sorella Angela. In quelle estati dei primi anni settanta abbiamo passato interi pomeriggi a giocare sotto casa tua.
    Tu, di poco piu' grande, ti dilettavi, con Roberto Bonazzi, ad ascoltare e suonare le canzoni di De Andre'.
    Abitavi proprio accanto a mia nonna Giannina e mio nonno Gigi ( Il Gigi sordo ).
    Quando torno a Fosciandora a trovare i miei genitori e vedo la tua casa vuota, con al terrazza demolita, mi tornano alla mente i momenti della mia infanzia con profondo affetto.
    Mi auguro che tu e tua sorella stiate bene e che magari , un giorno, ci possa tutti riincontrare.
    Un abbraccio Luca

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  8. Ciao Luca! Ricordo te, in effetti, la Marzia, Silvia (e Donatella). Sono anni che cerco di vendere quella casa, giusto per non farla crollare (visto che nelle strutture è ancora solida) ma non riesco a venirne a capo, tra tutti gli eredi che sono spuntati. Con Roberto sono n contatto (attraverso facebook). Vediamo se ci riesce a contattare col faccialibro. Mi farebbe piacere :)
    Un saluto e alla prossima!

    PS: e ricordo, ovviamente, anche la Giannina e il grandissimo Gigi!!!

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