lunedì 24 ottobre 2011

Etimologica 2: operaio e cavaliere

   Oggi andiamo ad indagare una serie di parole comuni e apparentemente banali, laddove, cioè, non dovremmo trovare nulla di strano o di nuovo: lavorare, operaio, cavaliere.




Lavorare: continuazione del lat. LABORARE, affaccendarsi, affannarsi, anche lavorare. Diggando in Wiki troviamo che Laborare est orare: [una] espressione tardo latina, dal significato letterale: «lavorare è pregare» e dal senso traslato «anche il lavoro, se fatto con la giusta intenzione, è una preghiera».
E cioè, interpreto, il termine aveva in origine più un senso di impegno che di metodo. Il lavoratore era colui che LABORABA, che si affaccendava senza requie, si affannava per tirare avanti la giornata, secondo i principi cristiani.
Nella lingua moderna tale significato è migrato in lavorìo: 'nella classe c'era un lavorìo intenso per prepararsi a copiare nel saggio', ma indica anche un'azione sotterranea e senza riposo 'il lavorìo dell'acqua ha fatto crollare il ponte', 'il lavorìo delle formiche ha prodotto una rete di gallerie'.
   Il lavoratore, oggi, essendo genericamente garantito, non si affaccenda più, ma lavora alla catena di montaggio, dietro una scrivania, sui mezzi a motore per ottenere un fine preordinato.


Operaio: dal lat. medievale OPERARIUS, cioè QUI FECIT (FAC) OPERAM, colui che fece (fa)un'opera.
Ma il volgare medioevale astutamente distingueva socialmente: le parole che terminavano in -AIUS e che derivavano dal domestico latino, venivano usate per designare colui che operava con le mani, cioè per nominare la semplice, umile e spesso puzzolente gente del popolo. Diversamente, infatti, nasce operatore, cioè colui che difficilmente labora con le mani.
Le parole che terminavano in -IER, derivando dall'esotica lingua d'OC (o a volte da quella d'OlL, DOC pure quella) venivano invece usate, in virtù della loro eleganza, per nominare il comparto alto della società.

   E' il caso di CAVALIERE e di CAVALLAIO.
Entrambi derivano dal latino medioevale CABALLUS, ma CABALIER diventò cavaliere, cioè colui che, in virtù del suo potere economico, di cavalli ne possedeva (uno o più) e con quelli testimoniava la sua particolarità di uomo superiore.
Quello che invece coi cavalli ci lavorava, cioè si affaccendava per tirare avanti la giornata, divenne più umilmente cavallaio.
Oggi infatti il cavaliere è colui che, per meriti particolari, lo è diventato della Repubblica, mentre il cavallaio è scomparso, dato che il mestiere si è estinto. Semmai rimanendo come stalliere, cioè come colui che lavora sì con le mani nelle stalle, ma in quelle dei ricchi (-IER).
Curioso che talvolta nelle stalle dei cavalieri si annidino ex cavallai, ora divenuti per assonanza stallieri, che causa le loro passate amicizie mafiose possono far passare al cavaliere datore di lavoro (come vedete tutto si tiene) guai giudiziari baipassati elegantemente, cioè da cavaliere, entrando in politica. Ed è naturale tutto ciò, perché anche in quel Medioevo, origine del mondo e delle parole moderne, la strada naturale dei cavalieri era quella che portava il loro destino a governare il mondo, corigendo ed educando.
Ma per correggere ed educare, con tutti i derivati e la costellazione delle parole collegate, mi sa che si dovrà attendere il prossimo numero.
Salute a tutti (e viva i cavalli e chi ci labora)

Testi di LAV/gigionaz

4 commenti:

  1. Certe volte penso che dal Medioevo non siamo usciti.

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  2. Non lo so. Tutto il bello del Medioevo, e ce n'era tanto, ce lo siamo però bruciati.

    Consiglio, ove non letto già, John Carroll, Il crollo della cultura occidentale

    http://www.ibs.it/code/9788864110356/carroll-john/crollo-della-cultura.html

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  3. Leggerò John Carroll.
    Cavaliere e stalliere...che fine ignobile per due nobili attività!
    Leo

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  4. Benvenuto Leo! Resistere! Resistere! Resistere!

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