giovedì 25 agosto 2011

Zen sulla punta di frecce



_ Oh, Grande Maestro di noi Iguane, quante siamo tutte sotto i soli blu di questa nostra Terra, raccontaci una storia!
_ Una storia! Una storia! (In coro...)
_ Una storia di quando eri nelle vite che furono.
_ Oh, mie Iguanine!


Storia del fu Tommaso Corbellini, ora Maestro Iguana di seconda categoria, detta da lui medesimo in terza persona per convenienza narrativa, e per distacco dal mondo che fu.


   Tommaso era chino, in ginocchio, sul suo tappeto afghano. Fuori spioveva e le gocce via via più rade intrecciavano una cortina iridescente, di finissime bacchettine d'argento, tramezzo alla quale tu vedevi il mare, se ti volgevi a mezzogiorno, o il monte, che se ne stava placido a settentrione. Comunque, Tommaso aveva posto il suo arco di fronte a sé. Due frecce, una con le piume rosse l'altra con le piume nere, gli stavano rispettivamente a sinistra e a destra. Le piume rosse erano volte alla finestra d'argento del mare, le nere alla finestra d'argento del monte, sicché le punte convergevano su di lui. Così che, se voi avete bene inteso, Tommaso volgeva la fronte spaziosa alla finestra d'argento del sole nascente.
   La freccia dalle piume rosse aveva l'asta in bambù. Attorno si avvolgeva un serpente verde che, spirale dopo spirale, tornava alle piume e si mordeva la coda. La freccia dalle piume nere aveva l'asta in carbonio misto kevlar e nessun ornamento alterava il liscio nitore della sua superficie.
   L'arco era una preziosa arma cinese del diciottesimo secolo. Ogni sua fibra era intessuta delle volontà e delle illuminazioni dei maestri Zen che lo avevano posseduto, ogni nervatura era stata la porta per innumerevoli tiri rituali nei giardini imperiali di Kyoto, ogni freccia lasciata partire per il suo volo aveva inciso il legno dell'impugnatura, lasciando parte di sé a rinforzare la valentìa dell'arco. Il profano mai avrebbe potuto tenderlo per più di un quarto della sua potenza, neppure l'arciere più forte. Nelle braccia di un iniziato, viceversa, si curvava alla forza della mente e dello spossessamento da sé, come un fuscello. Un maestro non sembrava neppure tendere i muscoli nello sforzo.
   Tommaso era un maestro dell'arco Zen, un Illuminato, anzi un rarissimo Illuminato occidentale.
  Tommaso s'inchinò brevemente loro, una volta per ogni strumento (ma che strumento: erano ciascuno, l'arco e le frecce, l'estensione del suo braccio e del suo sguardo acuto e infine della sua volontà - come a dire del nulla prezioso che era in lui). Prese dalla brocca alla sua destra qualche goccia d'acqua, intingendo due dita, e spense il fuoco profumato che covava nel braciere di incenso.
   Tommaso prese arco e frecce e, così com'era, nudo (a parte, forse, un paio di boxer a ghirigori blu su fondo bordò chiaro), uscì alla pioggia dalla porta d'argento a ponente.
   L'erba bagnata del giardino l'accolse mentre il sole spuntava da un banco di nubi e nel cielo quasi azzurro la pioggia si mutava in oro.
_ Ecco un momento prezioso! _ Pensò tra sé e sé Tommaso, ma lo disse a voce ben chiara.
   Tese l'arco dopo aver incoccato la freccia dalle piume nere, quella in carbonio nitido, misto kevlar. Puntò a perpendicolo sulla sua testa, fissando un bersaglio etereo, che solo lui vedeva e che nessun altro avrebbe visto mai più, per quanti sforzi facesse. Dopo un tempo infinitamente lungo la freccia scivolò via silenziosa e sparì nel cielo.
   Tommaso si volse a levante e il sole gli riverberò sul volto un raggio breve che subito scomparve. Tommaso ne fu turbato, e forse sapeva il perché.

   Tese l'arco poi, dopo avere incoccato la freccia dalle piume rosse - quella in bambù col serpente che a spirale mordeva se stesso - fissando lo stesso bersaglio, ma ora qualche infinitesimo spazio più in alto a sinistra. La freccia scivolò via silenziosa e sparì nel cielo.
    E con essa scomparve ogni dubbio dalla mente di Tommaso che fu illuminato da un nuovo e più persistente raggio di sole.
   Tommaso tornò in casa, prese carta e penna e scrisse le sue ultime volontà. Lasciò tutti i libri a sua moglie, che lo aveva perso per strada parecchi anni prima. Chiese di essere cremato, i soldi erano nel conto numero ecc. Avvertiva che per le  pratiche aveva incaricato ecc.  ecc.
    In cucina prese un paio di pasticche di Magnesia.

   Uscì fuori, di nuovo, e raggiunse l'arco che aveva posato a terra dopo l'ultimo tiro. Guardò in alto. Si sdraiò e sentì l'erba con tutte le sue goccioline aderirgli alla schiena. Ne contò ben più di mille prima che la freccia dalle piume nere gli si conficcasse nello stomaco e si inchiodasse sicuramente a terra, spandendo succhi gastrici sulla ferita.
   Masticò le Magnesie ma non sentì alcun refrigerio.

  Pensava ancora, astrattamente: "Chissà, con un po' di bicarbonato, forse...", quando la freccia dalle piume rosse piombò a spaccargli il cuore.



Testo di LAV/gigionaz

2 commenti:

  1. Mi affascinano gli archi.
    E anche la cultura Zen.
    Il fascino che esercita ciò che non ti appartiene ; )

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  2. Era proprio quello che volevo dire. Acuta, la Scalza! :D

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